Plinio Nomellini (Livorno 1866 - 1943)
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Plinio Nomellini
Valutazione dipinti Plinio Nomellini
Le quotazioni del pittore Plinio Nomellini vanno in media per gli acquarelli, studi e bozzetti più rappresentativi dai 1.000 euro ai 5.000 euro, invece i dipinti del periodo pre divisionista e post divisionista, di dimensioni media ma di qualità raggiungono 10.000 euro con massime di 15.000 euro per gli oli del periodo ligure. Le opere di notevole qualità possono supererà 30.000 euro, invece i capolavori di grandi dimensioni possono superare i 60.000 euro.
Il mercato di interesse è toscano e ligure.
Una valutazione è condizionata dalla conservazione, dalla qualità, dal periodo, dalla dimensione dell’opera e da altri fattori per cui si prega di contattare la Galleria Berardi per ricevere una stima corretta.
Dati biografici sull'artista
Plinio Nomellini, che occupa a buon diritto un posto d'onore nella balda ed interessante schiera di quei pittori toscani che possono oggidì considerarsi nella piena maturità del loro talento artistico, ha saputo, già da parecchi anni, conquistare, sia pure non senza qualche incertezza e non senza qualche contrasto, prima l'interessamento benevolo e poi le simpatie sempre più vive degli intelligenti buongustai d'arte mercè un raro fervore d'immaginativa, una elaborata e benintesa audacia di tecnica ed una nobile grazia di composizione.
Queste qualità, non facili a trovarsi riunite in un medesimo artista, vengono per dappiù ravvivate e ringagliardite in lui da una costante e mai stanca aspirazione a trasformarsi ed a migliorarsi.
È essa che, come più volte gli è accaduto, non gli permette di rendersi pago dell'opera portata a compimento, anche quando venga accolta con favore grande dal pubblico e dalla critica.
È essa che lo induce di continuo a fare nuove ricerche ed a provarsi in nuovi tentativi, pure non lasciandogli smarrire quasi mai le caratteristiche salienti della personale sua originalità artistica, in cui assai bene si alternano, si accordano e si compenetrano le doti dell'evocatore immaginoso di simboli e di trasmutatore degli eventi della storia in figurativa epica leggendaria.
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Fu a Livorno che il 6 agosto 1866 nacque Plinio Nomellini da genitori sprovvisti di beni di fortuna e di assai modesta condizione sociale.
Mentre egli era ancora bambino, il padre di lui, impiegato nelle regie dogane, veniva destinato pel suo ufficio a Cagliari, dove rimase, con la famigliola, per abbastanza lungo tempo
Del suo soggiorno in Sardegna durante gli anni dell'infanzia il nostro pittore serba, in fondo all'animo, un luminoso ricordo, fatto di dolcezza e di letizia.
La campagna dei dintorni di Cagliari, aspra e selvaggia sotto l'abbagliante sfolgorio del sole, gli stagni in prossimità della città, su cui, tratto tratto, si abbattono stormi di fenicotteri rossi e grigi, che specchiano nelle verdognole acque di essi le loro sagome grottesche e bizzarre dai lunghi colli, dai lunghi becchi e dalle lunghe zampe, gli abitatori vestiti di costumi leggiadramente pittoreschi, ammaliavano ed esaltavano le sue pupille infantili, educandone l'instintiva sensitività visiva e preparandola ad apprezzare e a profondamente gustare le bellezze della natura sotto il gioco mobile svariato e glorificatore delle luci differenti del giorno e della notte.
Ritornato nel continente ed obbligato a seguire un regolare corso di studii, fu uno scolaro piuttosto svogliato ed abbastanza sbarazzino, che, mentre trovavasi in classe, consacrava la sua attenzione molto più a coprire di ghiribizzosi scarabocchi le copertine dei quaderni e dei libri che a seguire la parola del professore in cattedra e che, rientrato in casa, si sbrigava alla bella e meglio dell'uggioso dovere dei compiti da eseguire e delle lezioni da imparare, pur di potere scappare presto fuori e recarsi a passeggiare lungo la spiaggia del mare od attraverso i boschi che attorniano Livorno.
Intanto il segreto trasporto verso l'arte, il quale poco per volta si era fatto strada nel suo spirito, aveva assunto il carattere di una vera e prepotente vocazione, finché un bel giorno egli si decise, ad onta del divieto paterno, a partecipare al concorso per alcune borse di studio per la pittura.
La fortuna l'assistette ed egli riuscì ad ottenere la borsa agognata.
Quella modesta vittoria decise definitivamente del suo avvenire: egli sarebbe stato pittore e all'arte avrebbe consacrata tutta l'irrequieta attività cerebrale e tutti i fervidi entusiasmi dell'animo suo, tumultuosamente giovanili.
La borsa da lui conquistata, assicurandogli il modico assegno di sessanta lire per mese, gli imponeva l'obbligo di frequentare l'Accademia di belle arti di Firenze.
Per buona ventura, però, il carattere fiero, poco remissivo ed abbastanza ribelle del Nomellini non ebbe a sopportare i rigidi e gretti costringimenti che accompagnano per solito l'insegnamento ufficiale dell'arte.
Come maestro nell'Accademia fiorentina egli ebbe principalmente Giovanni Fattori, livornese come lui, uomo di elevata serenità spirituale e di schiettezza quasi ingenua, pittore di originalità vigorosa e affatto spontanea, il quale compiacevasi spesso e volentieri di dichiarare agli allievi che non avevano nulla da imparare da lui, come nulla egli aveva da insegnare loro e che quindi dovevano abituarsi a considerarlo un amico affettuoso e una guida paziente pei loro primi passi sulla via dell'arte, ma non già un maestro che prescrivesse regole da seguire o impartisse consigli secondo la particolare sua esperienza, essendo profonda sua convinzione che precetti ed ammonimenti i giovani dovessero riceverli soltanto dallo studio diretto ed assiduo della realtà e dal sincero amore per l'arte.
La completa libertà lasciata dal Fattori alle sue iniziative, per quanto incerte e malsicure, dovevano giovare non poco a sviluppare sulla via di una individuale originalità il talento di pittore del Nomellini, fino d'allora invaghito, sopra ogni altra cosa, dei molteplici effetti della luce e delle sue seducenti e complesse armonie cromatiche.
D'altra parte, a foggiare il suo carattere e a renderlo persuaso, con la parola e sopra tutto con l'esempio, che degno di coltivare il nobile sacerdozio dell'arte dovesse considerarsi soltanto colui che sapesse, senza alcuna oscitanza, sacrificarle popolarità, onori ed agiatezza, valse oltremodo la dimistichezza in cui, frequentando lo studio del Fattori, che lo aveva preso singolarmente a ben volere, egli entrò con Signorini, Lega, Banti e con qualche altro dei componenti della severa ardita e pugnace schiera dei Macchiaiuoli toscani.
A ventitré anni Plinio Nomellini si presentò per la prima volta al pubblico, esponendo, nell'annuale mostra della Società Promotrice di Firenze, una tela raffigurante un giovine contadino toscano, che incedeva a lento passo pel piano assolato della Maremma, sotto il peso di un grosso carico di fieno.
Il quadro piacque ai suoi amici Macchiaiuoli e Diego Martelli, l'autorevole ed acuto loro campione nella critica giornalistica, stampò che esso faceva ripensare ad una qualche evidente ed efficace pagina descrittiva dello Zola, giudizio oltremodo lusinghiero che lo rese in tale modo felice che egli, neppure per un momento, pensò di crucciarsi perché la sua opera era rimasta invenduta.
Intanto, il diritto all'assegno mensile della borsa di studio era venuto a cessare ed il giovane pittore livornese, che, capitato per caso a Genova, vi si era stabilito, preso dalla bellezza magica di quella città, si vide costretto, per sbarcare alla meno peggio il lunario e per poter sopportare le spese per i colori, le tele e le cornici dei suoi nuovi quadri, a fare, durante parecchie ore del giorno ed a prezzi addirittura irrisorii, i ritratti dei marinai inglesi francesi o norvegesi di passaggio pel porto, con le loro navi mercantili.
Il Nomellini, però, tutto compreso dei suoi fiammeggianti progetti artistici pel futuro, non prendeva la cosa al tragico e si rassegnava, con calma mirabile, alle privazioni ed alle lotte quotidiane della burrascosa esistenza dell'artista ancora sconosciuto e senza alcuna fonte sicura di guadagni.
Con pari serenità, ma con vivace spirito battagliero e con mordace arguzia di parola, egli affrontò le contumelie e i sarcasmi che, durante un lustro e forse più, gli suscitarono contro le audacie divisioniste dei varii quadri di paesaggio e di figure da lui esposti in alcune delle maggiori città d'Italia finche il successo, pur tra le acri censure degli uni e le dispettose contestazioni degli altri, incominciò a sorridergli, prima nella mostra fiorentina d'arte e fiori del 1895 e poi nelle periodiche mostre internazionali della città di Venezia.
* * *
Desioso di nuovo e sentendo vagamente di potere, mercè l'arte dei colori, esprimere qualche cosa che da nessun altro prima di lui era stato espresso, Plinio Nomellini si dibattette durante non poco tempo contro le difficoltà tecniche che si opponevano al suo proposito di dare forma concreta sulla tela a quanto, cogli acuti occhi scorgeva nella natura ed a quanto con la mente fantasiosa concepiva.
Come il suo fedele compagno di ricerche luministe Giuseppe Pellizza da Volpedo, egli, che non meno di lui s'interessava, si preoccupava e si esaltava al cospetto dei molteplici e sottili fenomeni luminosi che trasfigurano di continuo gli aspetti di tutte le cose del creato, credette di dovere ricorrere al metodo divisionista.
Insofferente, però, di tutto ciò che potesse, con l'imposizione di regole minuziose rigide e sistematiche, infrenare la foga dell'ispirazione e inceppare la disinvolta libertà dell'esecuzione, non seppe o, meglio, non potette e non volle mai, come pure era riuscito così bene all'amico suo, metterne in pratica, con pazienza e fermezza, i precetti, accontentandosi di applicarli parzialmente e saltuariamente a seconda dei dettami oscillanti e malsicuri del suo personale istinto pittorico.
Opere incerte disuguali e disarmoniche benché non prive di un certo fascino, riuscirono quindi le sue prime, dinanzi a cui il pubblico neppure si fermava, che i custodi severi delle così dette buone tradizioni malmenavano, indignati, e contro cui i bravi confratelli d'arte appuntavano, con viva compiacenza, i dardi di un'ironia, velenosetta anzichenò.
In un'esposizione di Torino, Nomellini, Pellizza da Volpedo ed alcuni altri giovani divisionisti, che la giuria non aveva osato scartare, furono perfino separati dagli altri e le loro opere radunate in una sala in disparte.
E ciò non fu fatto già per un sagace criterio di ordinamento estetico, ma perché eglino erano considerati come appestati che, per riguardo verso i colleghi e ad ammonimento del pubblico, convenisse di allontanare dagli altri espositori.
E' vero sì che quel piccolo lazzaretto artistico riuscì, contro l'intenzione degli ordinatori, la sala più caratteristica e significativa dell'intera mostra !
Il Nomellini, intanto, sorpassato il primo periodo di incertezze, procedeva, sempre più risoluto e più franco, per l'arduo sentiero prescelto, acquistando chiara coscienza di ciò che si proponeva e riuscendo a padroneggiare sempre meglio la sua tecnica di un cromatismo e di un luminismo che non mi periterei di proclamare musicalmente ritmici.
Potette così presentare alla quarta ed alla quinta delle Biennali veneziane alcune tele di originalità tanto spiccata e di fattura tanto squisita che anche i suoi avversarii degli anni antecedenti dovettero riconoscere, sia pure con non scarse obbiezioni e riserve, i meriti davvero singolari che riuscirono a farne considerare due degne di essere acquistate per le gallerie d'arte moderna di Roma e di Venezia.
Alla fantasia notturna, divisa in quattro scomparti ed animata da un suggestivo soffio di poesia, che Nomellini aveva presentato a Venezia nel 1901, col titolo di Sinfonia della luna, al Colloquio fra gli alberi, al Tramonto a Torre del lago e alla Donna del vento, che vi presentò due anni dopo era indubbiamente da preferirsi, per quanto pregevoli ed interessanti fossero tutti questi quadri, l'altro che portava per titolo I tesori del mare e che, esposto anche esso nel 1907, rimane tuttora una delle opere sue più equilibrate, più efficaci e più gradevoli agli occhi.
Il mare azzurro si gonfia, tempestoso, sotto un cielo notturno, velato di nuvole, ed alcuni uomini semi-nudi trasportano a terra, arrampicandosi a stento sui grossi scogli, ricoperti di alghe e flagellati dalle onde, enormi vasi preziosi, strappati alle misteriose glauche profondità delle acque.
È una visione di poeta, è la visione fantastica terribile e pura gioconda di un pittore-poeta, che, nato in questa nostra terra d'Italia, intorno alle cui coste, lunghe e frastagliate, freme, irrequieta e spumeggiante, l'immensa massa liquida del mare, si compiace a sognare che, come essa dette ricchezza e gloria, nei secoli passati, ai nostri avi, ritorni a dare gloria e ricchezza anche alla nostra generazione o almeno a quella che verrà subito dopo.
A questo medesimo genere di figurazioni luminosamente poetiche appartengono parecchie altre delle tele del Nomellini, sia di vaga ispirazione simbolica, sia di epica rievocazione di personaggi illustri e di eventi gloriosi del patriottico risorgimento italiano, sia di amabile ritorno alla vita gioconda di un'epoca scomparsa, sia di tragica apparizione di minacciose folle in marcia verso la libertà o la vendetta, sia infine di spiccato ed elegante carattere decorativo.
Invece tutto un altro ciclo di quadri del Nomellini si ispira direttamente alla vita reale, ora a scene di lavori dei campi, ora a chiassosi e tipici spettacoli di fiere provinciali e di feste di villaggio, ora ad episodi giocondi o teneri di esistenza famigliare sotto le pergole, accanto agli alberi o fra le aiuole fiorite e i viali ombrosi di giardini, di orti, di boschi od anche sulla molle sabbia delle spiagge marine.
Parrebbe che fra questi due gruppi di opere del Nomellini, l'una di sbrigliata fantasia e l'altra di realismo esatto e minuzioso, il divario dovrebbe essere grandissimo, eppure, malgrado l'evidente diversità dell'ispirazione e l'innegabile varietà dei soggetti, che danno buona testimonianza della versatilità del valentissimo pittore livornese, non può proprio dirsi che sia così, perché, tanto nelle une quanto nelle altre, le figure allegoriche o reali, e i paesaggi scenograficamente immaginarii o fedelmente ritratti dal vero che siano, non presentano che una importanza secondaria e vera protagonista è sempre e poi sempre la luce, tenue luccicore di stelle in un firmamento di un turchino cupo o soave, bagliore argentino di luna, che lenta naviga fra i cumuli di nuvole, sfolgorio abbacinante di estivo sole meridiano sui campi di grano, sugli alti fusti dei pini o sulle onde che s'infrangono attorno agli scogli o fiammeggiamenti sanguigni di fiaccole, velate dal fumo.
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Dinanzi a più d'uno dei quadri di Plinio Nomellini, un giudice alquanto severo potrà, non del tutto a torto, muovergli rimprovero di avere ceduto troppo presto al bisogno febbrile di fissare sulla tela gli spettacoli presentatisi ai suoi occhi od i sogni fioriti nella sua mente, perché una maggiore elaborazione, prima cerebrale e poi formale, non avrebbe potuto che giovare all'intensità espressiva della scena evocata dal suo pennello ed alla correttezza plastica delle figure in essa ritratte.
Colui, invece, che si fermi a considerare nel suo complesso e nella sua varietà di invenzione e di rappresentazione, l'opera a cui ha dato vita, durante circa un trentennio, quest'impetuoso esuberante e seducente sinfonista della tavolozza, oltre al rimanere gradevolmente sorpreso per la sua instancabile laboriosità artistica, affermata non soltanto da una numerosa serie di quadri ad olio e ad acquerello, varii dei quali di vaste dimensioni, ma da disegni a penna, da illustrazioni per il libro e per la rivista, da copertine e da cartelloni, oltre a dovere encomiare il graduale rinnovarsi e l'ininterrotto progredire della sua produzione, sia dal lato della concezione sia dal lato della figurazione, sotto il pungolo assiduo del motto di Galileo Galilei "Tentare e ritentare", che egli ha voluto e saputo fare suo, non potrà non riconoscere l'infalsicabile marchio d'individuale originalità che contraddistingue e rivela di primo acchito all'esperto conoscitore d'arte la paternità qualsiasi delle sue pitture.
VITTORIO PICA
Tratto da: La Galleria Pesaro - Mostra individuale del pittore Plinio Nomellini

