Pompeo Mariani (Monza 1857 - Bordighera1927)
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Pompeo Mariani
Valutazione dipinti Pompeo Mariani
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Il mercato di interesse è lombardo e ligure.
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Dati biografici sull'artista
Pompeo Mariani, solo a dieci anni di distanza dalla sua mostra personale, agli "Amatori e cultori d'arte" , a Roma, s'è lasciato indurre a riapparire in pubblico, nella sua Milano.
Non più poteva restare in disparte, quest'altro paladino, dal campo dove la ormai esigua schiera dei lombardi - che dal 1870 in poi tiene alto il nome dell'arte - sè alternata a mostrare in campo aperto che non ha esaurito la sua funzione nobilissima.
Di tutti egli era parso ben presto il più fortunato: e fu questa la sua disgrazia.
Quarant'anni fa era già un artista alla moda, che vendeva ogni quadro che facesse, in tempi in cui s'usava ancora, a Milano, far i ritratti per amor dell'arte e si discorreva delle settimane per un quadro venduto a qualche migliaio di lire.
Da allora, per i molti che passano, fu l'artista arrivato, che piace sempre, e non si discute più.
Ed è appunto per colpa di questa benevolenza pubblica, ch'egli non ha avuto ancora in patria, all'infuori della cerchia di quanti lo conoscono intimamente, della sua meravigliosa capacità artistica, il riconoscimento pieno a cui ha diritto per grazia di Dio.
A vederlo, nella sua ampia casa dove con gusto le vecchie majoliche lombarde liguri e dell'Italia centrale occhieggiano tra gli antichi argenti, di sopra i damaschi ed i velluti drappeggiati sui mobili fastosi, che sembrano aviti; fra i quadri di paesaggio alla fiamminga e i ritratti di cavalieri e di dame ne' più vaghi abiti secenteschi; alto e solido nella persona, col bel viso aperto e delicato, illuminato da due occhi cerulei ingenui, ma puntuti di spirito, la bocca ombrata dai baffi dorati dalla sigaretta e, sotto, la spessa barba fluente: lo crederesti uno di quei patrizi ch'eran di moda tant'anni fa, sazî di tutto quanto c'era sotto la cappa del sole, giocondi soltanto fra le belle cose atte a consolare delle delusioni degli uomini, e delle donne.
Ma quand'egli, d'un tratto, si mette a parlare, ecco appare subito, e nelle parole e nei gesti, ch'egli è un uomo ben vivo alla vita, giovenilmente, e si sente che quel contorno d'arte d'ogni epoca e d'ogni materia, quel turbinìo di forme, di linee e di colori, è una delle ambientazioni necessarie al suo spirito d'artista ansioso del movimento e del barbaglio dei colori.
* * *
Era sui diciott'anni quando il padre - ragioniere e direttore di un Istituto commerciale, a Monza - pensò bene di fargli troncare i corsi liceali e di avviarlo senz'altro per una strada sicura: Pompeo Mariani divenne impiegato di banca, in attesa di diventar banchiere, naturalmente.
Fu forse il primo conto sbagliato dell'ottimo ragioniere.
Elegante, pieno di brio indiavolato, Pompeo s'imbarcò in mala compagnia: Carlo Tenca, Aldo Noseda, poi Arrigo Boito e Luigi Gualdo.
Il Cova e la Scala, dove codini e avveniristi facevan ribollire la rivoluzione nell'arte, fermentarono in corpo all'apprendista banchiere il proposito di piantar la Banca per il Conservatorio.
Infatti, non andò molto che la Banca perdette il suo accolito, ma con ben altro risultato e per ben altra cagione.
Tra Pompeo e il Noseda avevan impiantato, in ufficio, col poligrafo d'ufficio, una vera e propria fabbrica di caricature: una che rappresentava il principale, il banchiere Cavaliani, recante in un minuscolo pacchetto appeso al mignolo "l'africano" destinato alla moglie, fece ridere tutta la Borsa, ma non il Cavaliani, che se la vide passar sotto gli occhi, e rientrato in Banca con un March ! a dito teso, mostrando l'uscio, liquidò la posizione dello sciagurato Pompeo.
Un altro ragioniere rientrato, c'era in famiglia: il fratello della madre di Pompeo, Mosè Bianchi.
Proprio in quell'anno 1879 egli esponeva a Brera "Venezia, Laguna in burrasca" e "Chioggia", che lo mettevano, definitivamente, fra i grandi maestri italiani.
E Pompeo Mariani volle far il pittore, anche lui.
Eleuterio Pagliano, al quale il giovane chiese d'esser accolto nello studio ad imparar l'arte - ma che lo zio Mosè non sapesse niente, per carità ! - lo mandò a dipingere sul vero, all'aperto.
In quei tempi l'Accademia di Brera era così antiquata, da mandare ai campi i suoi allievi a dipingere guidati a frotte dal professor Fasanotti - che partite alle bocce ! - alternantesi col professor Bisi, che li teneva a stecchetto.
Il luogo d'adunata preferito era la Colombera, un cascinale fuori di Porta Tenaglia, dove uomini, donne, ragazzi s'erano abituati alle periodiche invasioni, e si prestavano del loro meglio alle burle del rumoroso sciame ed anche a far da modello, davvero.
In più, c'era il Naviglio, giù a S. Cristoforo, così pittoresco e così lombardo !
Dal canto suo, il professor Bertini scopriva gli interni da far dipingere, per correttivo, ai migliori: è l'epoca d'oro degli interni di S. Marco, di S. Fedele, di S. Antonio, del salone di Palazzo Clerici e di Palazzo Verri.
Lo scolaro piacque al Maestro, ed al Maestro andò tutto l'affetto dello scolaro.
L'uomo che aveva dipinto la "Visita al cadavere di Luciano Manara" e, negli anni tardi, l'Autoritratto nello studio" dove ride la più vivida franchezza di colorito, e il più gustoso movimento di forme che si possano immaginare, era un buon maestro davvero.
Che Pompeo si fosse avviato a fare il pittore, lo zio Mosè lo seppe dal De Nittis, che gli fece i complimenti dell'ingegno del nipote, per quel che aveva visto in una sua corsa a Milano, nello studio del Pagliano.
Dobbiam dire che gli perdonò e gli fece conceder dal padre l'ineluttabile assenso al suo proposito
Mosè Bianchi non aveva ancora quarant'anni, il nipote era sui ventitré.
Si cementò, sopra i vincoli di parentela, una buona camerateria d'artisti e soprattutto un'affezione profonda, che tu senti ancora tremare nella voce accorata di Pompeo, solo che accenni allo zio Mosè.
La consuetudine di vita tra i due fu una delle forze più attive per l'evoluzione del Mariani ed una delle poche gioie di Mosè Bianchi.
Era questi di così squisita delicatezza che avrebbe avuto rimorso al solo pensiero d'influire con la sua maniera personale sul giovane amico; aveva così una delicata capacità di maestro, da saper discernere quel che di suo veramente avesse in sè il compagno fedele e quello appunto far fiorire, sì che non c'era pericolo di pressura che inducesse a mediocrità.
Così avvenne che dalla convivenza col paterno Maestro, Pompeo Mariani traesse quanto v'era di più puro e di veramente vivificatore: la probità nella vita e nell'arte, l'abitudine alla nascosta fatica per esprimere il meglio possibile quel che vedesse di fuori e sentisse di dentro, a guardar con disprezzo solo le menzogne e le turpitudini, a non smarrirsi in ciondolamenti verso una moda o verso l'altra per le infatuazioni sapienti o saccenti dell'ora che volgeva, ad essere originale, così, con semplicità, senza proporselo ogni mattina per programma.
Vero è che, da giovine, egli sentì il bisogno di andarla a cercar lontano, l'originalità, in una scorribanda in Egitto, assieme a Uberto Dell'Orto, già più che una promessa dell'arte e a Sallustio Fornara, un gentiluomo, amabile compagno, che trescava un poco con la pittura.
Ciò avvenne nel 1881.
Ai disegni e alle tavolette, vivide e briose, che egli riportò, arrise la fortuna del successo, e, il compenso più insolitamente lusinghiero: un pittore di fama mondiale, Felice Zeim, ne comprò alcune per sè.
All'Esposizione di Brera, del 1883, espose un "Porto di Genova di notte" un'audacia, per allora, giuocato com'era sui riflessi della luna e dei fanali nell'acqua; nel 1884 "Il saluto del sole morente", che gli meritò il premio Principe Umberto.
Pompeo Mariani aveva ormai trovato sè stesso: anche questo quadro dov'erano intensa la poesia dell'ora, la grandiosità del mare, il senso di riposo dei cento navigli, era stato creato, senza andar lontano, ancora a Genova, in quel mare ligure, che egli non abbandonerà mai più.
Mosè Bianchi aveva avuto il premio Principe Umberto appena dieci anni prima, nel 1874, con un ritratto di signora.
* * *
Innamorato del mare, con la foga della passione, Pompeo Mariani volle cantarlo in tutti i momenti, in tutti gli aspetti mutevoli.
Non mai divenne maniera la sua sensazione, non mai la sua insistenza fu soggiogata dalla richiesta del pubblico, nè l'apparente facilità del suo tocco rapido fu d'improvvisazione.
Fermare un attimo, e pur dare l'impressione di movimento del plastico mobilissimo elemento, far vibrare in unità i mille colori onde s'avviva, è - per un artista - un tormento.
L'istante dopo che riguarda l'opera sua e la realtà che ha dinnanzi, il mare e il cielo non sono più così come egli ha saputo coglierli.
Per chi s'accontenti, l'impressione servirà sempre a far il quadro.
Per chi provi il bisogno, rivedendo l'opera propria, di risentire la poesia che l'ha commosso, perché solo per tal modo gli altri sentiranno la sua poesia, la fatica di Tantalo ricomincia.
Perché - lo deve aver detto qualcuno - l'arte, a guardarci in fondo, è tutta lì: dalla realtà, ch'è la Natura indifferente, arrivare alla poesia, il dono concesso agli uomini per non essere soli in solitudine.
C'è peraltro della gente, fortunata, che ha in tasca il metro dei criteri obbiettivi per giudicar di statue, di quadri, tanto di disegno, tanto di prospettiva, tanto di composizione, di colorito, ecc.
Giudicano, finito il conto: Il quadro è bello, il quadro è brutto.
E c'è invece chi dopo aver detto subito: È bello! e aver riguardato parte a parte ogni elemento dell'opera, sente che non riuscirà mai a dire perché è bello.
Ora, le marine di Pompeo Mariani, hanno la virtù di attrarre, con una loro poesia.
Melanconica, gentile.
Se talvolta appajano esornate, non però mai cadono nella cavata decorativa.
Le sostiene sempre un equilibrio sano, a cui una naturale eleganza impedisce di cascare nella banalità o nell'effetto forzato.
Molte raggiungono il sommo dell'arte, ché entrano affascinanti nello spirito di chi le riguardi, così come sono, senza fargli desiderare nulla di più di quel che l'artista v'ha messo dentro.
Molte, non tutte: quale è il pittore che di ogni opera sua ha fatto il capolavoro irreprensibile?
La campagna lombarda, in una tipica zona del Pavese - la Zelada - a bosco ed acquitrini, lungo Ticino, diede al Mariani la duplice gioja di far dei bei tiri - l'unica medaglia ch'egli ostenta è un premio di tiro al piccione - e dei quadri, dove il paesaggio nella sua tristezza solitaria, è avvivato dall'anima cinegetica, con profondo senso d'ambiente, tale da far annoverare i quadri della Zelada in prima linea fra quanti artisti nostri e di fuori, hanno dedicato ad esprimere siffatta attività di vita.
Anche qui chi voglia ricercare il gran segreto del successo, lo ritrova nella sincerità d'emozione dell'artista, che s'appassiona di ciò che ama, e solo è indotto ad esprimere quel che sente, per sè.
E forse ai più son parsi quadri di genere - con quel tanto di disdegno, in tono minore, che sogliono dare i puristi dell'arte a tale designazione - al pari dei quadri e degli studi, dove ha colto non solo il movimento ma lo spirito intimo delle corse a San Siro.
La sicurezza della scelta del momento tipico, la solidità costruttiva del disegno, la nervosità del tocco pittorico, l'innato senso d'eleganza dell'uomo e dell'artista, gli hanno concesso di giungere in questo campo ben più in là delle illustrazioni occasionali, e d'arrivare alla significazione del singolarissimo ambiente di movimento, di colore.
Ch'egli tratto dalla passione pel movimento e pel colore, dalla sua naturale tendenza sospinto a compiacersi della vita di movimento e di colore delle folle eleganti, piuttosto d'attardarsi a fare il ritrattista - ha fatto anche dei ritratti, dei ritratti che sono l'opera di un buon pittore si sia arrischiato, dapprima semplice curioso, dalla sua Bordighera, incanto di cielo e di mare, fino a Montecarlo nelle sale dove convenute da ogni terra - s'addensano in composto movimento le parvenze di tutte le eleganze, e n'abbia sentito la suggestione pittorica fino a diventarne, il più efficace evocatore, pare l'avvenimento più naturale.
Sete, trine, gemme, interferenze di tinte, riflessi di luce, di specchi, ridda di movimenti, maschere e volti - donne ed uomini, di cui l'essenza è soltanto in quel che appare di fuori, che gioja per gli occhi di un artista !
Pompeo Mariani ha dato la vita eterna dell'arte a tutte queste creature effimere del piacere, della noia, della cupidigia, con una realtà di fantasmagoria.
Sono ben più che impressioni le scene di Montecarlo: la sommarietà di fattura, che sembra non voglia portar a fondo forme e contorni, ha un valore d'espressione superiore a qualunque lenocinio di accentuazione di volti e di corpi, di ricerca nella composizione.
Sono vaghe forme che si muovono nel colore, che s'atteggiano in una complessa unità, sceverata e fissata con la penetrazione psicologica d'un osservatore pronto e sicuro.
Tutto questo, espresso con la nobiltà d'un artista di razza, senza filosofeggiare, ubbidendo solo all'istinto pittorico più saldo.
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Ed ecco perché, allorquando si ritrae a Milano nella casa all'ombra della Chiesa di S. Alessandro, sotto l'egida dei lauri trivulziani, l'uomo che adora e canta il mare - colore e movimento - le folle eleganti - colore e movimento - sente il bisogno d'aver attorno a sè tante cose belle, frammezzo alle quali, si rasserena il suo spirito insaziato, e filosofeggia - qui sì - con serena malinconia e con una vivida arguzia meneghina che ricorda singolarmente - qui sì - lo zio Mosè.
C. VICENZI
Tratto da: La Galleria Pesaro - Mostra individuale di Pompeo MARIANI

