Onorato Carlandi (Roma 1848 - 1939)
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Onorato Carlandi
Dati biografici sull'artista
A pochi artisti, come ad Onorato Carlandi, è concesso dalla sorte di poter volgersi indietro a considerare il lungo cammino percorso; a pochissimi di sentirsi così ben remunerato dalla somma onesta e serena del proprio lavoro.
Nato a Roma nel 1848, anno di grandi e decisivi avvenimenti politici, crebbe all'arte nonostante il padre volesse farne un avvocato. Nel ‘66 s’arruolò coi volontari di Garibaldi e fece la campagna del Trentino. Tornato a casa, ottenne d'esser mandato a Napoli dove frequentò la scuola di Domenico Morelli.
Nel 1869 incominciò a dipingere il suo primo quadro di grande formato “La barca dei Cairoli”. S’alzava nella notte e attendeva l'alba sulle sponde del Tevere, laggiù dove gli eroici Fratelli mossero per l'indipendenza di Roma. Quella volontà confidente d'interpretare il vero dal vero gli rimase poi sempre, e fu la migliore compagna della sua vita e della sua arte.
Nel 1870 abbandonò gli studi accademici, e volle esser libero cittadino nella libera Capitale. Ma il cuore gli batteva ancora di spasimo e d'orgoglio per le lotte, le sconfitte, i sacrifici incontrati dai difensori d’Italia. Sicché nel 1872 dipinse “I prigionieri di Mentana”, quadro di vaste dimensioni, che nello squallido paesaggio risente l’angoscia della disfatta. Tre mesi di lavoro continuo gli costarono quella passione che irrora l’alba triste e solitaria di lacrime amare, quella fede che vigila presaga oltre il momento increscioso, quella finezza di pennellate che indugiano ad accarezzare una per una, nel soggetto amato, le figure dei vinti.
Da questo quadro, composto mezzo secolo fa, incomincia la carriera artistica di Onorato Carlandi. Il primo periodo di essa può limitarsi appunto fra il 1872 e il 1880. Presto aveva abbandonati i soggetti patriottici e s’era messo a ritrarre la campagna. Terracina, con le sue capanne di stipa e i lustri canali, la valle romita e solenne del Tevere, Villa d'Este tutta fontane e cipressi, i poggi argentei d'ulivi presso Tivoli, lo ispirarono per lungo tempo. Amava le velature discrete, argentee, che le nubi leggiere ricamano con grazia femminile; ma la pece fortuniana che si spandeva tra i pittori romani in quelli anni, s’attaccò anche a lui.
Nel 1880 fece il suo primo viaggio in Inghilterra, dove guarì e si corresse. Aveva inviato un acquarello ad una Mostra di Londra; e come lo vide esposto, gli parve scuro, pesante, e si chiese come mai i commissari l’avessero accettato.
Scriveva più tardi:
« Solamente dopo la mia permanenza a Londra, patria del paesaggio moderno, i miei occhi si aprirono alla luce. Una volta quivi, io passai da Turner a Constable e da questi a David Cox e a tutti gli altri con l'ansietà della scoperta. Ma uno sopra tutti, rimase nella mia mente: Peter de Wint. Vi sarà in Inghilterra un uomo che abbia benedetto il suo nome, come lo ho benedetto io? Mi pare quasi impossibile ed è per me quasi una felicità il poter ricordare agli Inglesi che io sono il suo più fedele scolaro e il suo più ardente ammiratore. Perché nessun artista dipinse mai il suo paese meglio di lui che nella sua possente semplicità ignorava di essere l'autore di poemi degni dei più grandi poeti. In questi tempi d'indipendenza e di simulata originalità io mi glorio di essere stato pedante più che ho potuto, gettando via i colori che egli non adoperava e usando la carta e i pennelli che egli preferiva. Inoltre vi era un più nobile ammaestramento che egli mi suggeriva: che, cioè, il vero artista non parla mai troppo forte e non si preoccupa dell'ammirazione della folla. La sua opera deve pronunciarla in un mormorio sommesso come a un’amante. Nè sciupare il suo ingegno correndo qua e là, ma rimanere fedele alla terra che gli offrì la prima ispirazione ».
In Inghilterra, e per merito dei grandi paesisti inglesi, il Carlandi ebbe dunque fama e fortuna assai maggiori che non godesse in Italia. Nonostante le quali, tornò in patria il 1886, per fondarvi - insieme al maestro Giovanni Costa - la Società «In arte libertas».
La nostra pittura stava allora riconquistando quella serietà naturale, quell’amoroso equilibrio dinnanzi al vero, quella scelta raffinata dei soggetti all'aria aperta che i fortuniani avevano affatto smarrite.
Dal 1891, anno che segna il ritorno definitivo del Carlandi in Roma, s'inizia il terzo periodo dell'arte sua. Egli è finalmente libero da insegnamenti e ricordi italiani o stranieri. La sua commozione davanti alla natura non tollera intermediari. La sua mano obbedisce all'occhio esperto, al cuore veemente, non trema se non per inseguire le cangianti bellezze della terra.
Da quell'anno la sua carriera ininterrotta di paesista intenso e commosso ha delle tappe luminose, tra le quali non posso dimenticare «Tramonto romano» del 1892, il grande quadro acquistato dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna in Roma. Alle tele ad olio, quasi sempre di vaste proporzioni, egli alterna i piccoli acquarelli, nei quali è maestro. Sembra obbedisca ad una felicità istintiva, la quale non conosce nè ripetizioni nè stanchezza. La natura è varia, mutevole: egli la interroga nel continuo passaggio dei colori e delle forme, le si confida, se ne innamora ed inebria come un fanciullo.
Onorato Carlandi è una di quelle rare anime d'artisti, piene d'ansiosa purezza, che sbocciano di rado e non dovrebbero morire mai; che nello stesso disordine apparente del lavoro e nel necessario tumulto della vita colgono e rappresentano l'armonia fondamentale che lega tra loro le cose create. Non rifugge dai grandi motivi; anzi gli piacciono a preferenza i particolari maestosi che non sono da tutti; ma anche la solennità di certe gravi rovine antiche si colorisce in lui d'una bonomia consenziente, e rimane quasi assorbita da un palpito intimo, delicato.
Ha un modo di dipingere che si direbbe un modo d'amare. La palese, eloquente grandezza di Roma imperiale non soverchia la sua immaginazione: tra i plinti marmorei delle statue acefale, fra i ricchi capitelli in frantumi e le maschere tragiche dei teatri distrutti, spuntano fili d'erba e testoline di fiori. Le rievocazioni storiche non lo commuovono quasi mai per ammonire, con lui, gli altri; ma più per trattenerlo in soggetti grati al suo pennello e far degna compagnia al suo lavoro.
Sugli estesi orizzonti, egli accompagna il Tevere dalla sorgente alla foce, obbedendo ad un figliale comando d'amore, che oggi può dirsi - fra gli artisti - quasi scomparso. I milanesi ricorderanno i cento acquarelli del Tevere, presentati dal Carlandi all'Esposizione Internazionale di Belle Arti del 1906.
Ai piedi dei vecchi alberi nodosi e ben costrutti, vivono tenere fragranti famiglie di fiori, che il pittore conosce a nome come un botanico, e gli sono necessari - come la rima a un poeta - per comporre le scene georgiche, piene di sole e di pace.
I suoi acquarelli ritraggono lembi di paese romano, con ruderi sacri, piante festose, stormi d’uccelli vagabondi, immense fioriture di prati dal colore rosso, giallo, viola; hanno talvolta una larghezza di visione che fa sognare. Questo pittore ritrae i fiori tra l'erba come i poeti e le fanciulle d'un tempo guardavano le stelle in cielo, con devozione commossa.
Qui si vedono dei quadri che il tempo non ha fatto invecchiare, come «Il paradiso dei porci», già esposto a Roma nella prima Mostra della «In arte libertas»; come «Il Tevere e Monte Mario», dipinto con una sobrietà di toni e una sollecitudine affettuosa che si adoperano soltanto per il ritratto dell'innamorata. Altri paesaggi si susseguono all'infinito, con quei frequenti ritorni d'allegrezza primaverile che danno le vertigini, quei rari, improvvisi scoramenti autunnali che sembrano bisbigliare delle preghiere per moribondi.
In «Sonno invernale» del 1903, la terra nasconde quasi un calore di sangue, insieme ad un senso mistico di passione, di conquista, - e l'immagine non sembri ardita - al sorriso d'una donna incinta che riposa.
Guardate con quale insistenza il Carlandi ritrae la via Appia, le curve predilette del Tevere, le lande solitarie dell'Agro, i ridenti laghetti dei Castelli, da Palazzolo a Castelgandolfo, da Albano a Nemi; quei romitaggi incantati, quelle terre deserte che inghirlandano Roma, come promesse di pace e pensieri di morte!
« L'artista deve lavorare nel paese dov'è nato e dal quale ha ricevuto le prime impressioni»: tali parole di Alfredo Stevens furono il vangelo del pittore romano. Il quale, dal 1890 ad oggi, s'allontanò raramente dalla patria. Le sue escursioni al monte Amiata, a Baveno, ad Amalfi durarono pochi mesi. I viaggi lo tentano, è vero; la sua tavolozza non si rifiuta - ad esempio - di cantare le lodi dell'architettura normanna e saracena di Ravello, incastonata dentro un cielo nitido e tralucente; ma il fascino degli orizzonti sconfinati sembra chiamarlo a gran voce dalla campagna romana: essa non lo trattiene mai invano, e custodisce in ogni lembo d'acqua o di terra una rivelazione nascosta, forse un prodigio.
Onorato Carlandi si compiace d'appartenere alla «Società degli Acquarellisti Lombardi», e d'essere annoverato tra i soci onorari di Brera. Egli pensa, sempre con Alfredo Stevens, che l'approvazione dei colleghi sia la più grande ricompensa che un artista può avere dal suo lavoro.
Dopo la morte di Giovanni Costa, dalla brigata dispersa della «In arte libertas» nacquero «I Venticinque della Campagna romana», tra i quali il Carlandi fu subito accolto col nomignolo di Cicala. Scomparso nel 1911 Enrico Coleman, fu eletto «capoccia», del che si gloria addirittura.
I «Venticinque» vanno ogni domenica a dipingere fuori delle mura, e riportano da codeste gite allegre e laboriose delle impressioni di colore, che confrontano e premiano tra loro, mossi da un gentile spirito di benintesa concorrenza.
Ora i compagni hanno offerto al loro capo, l'estate scorsa, una cartapecora miniata che il Carlandi considera il suo quarto di nobiltà. Eccone il testo: «Nella riunione de chiusura della stagione sulla riva de Fiume a San Paolo li XII Giugno MCMXXI noi XXV della Campagna Romana offrimo al divo Cicala capoccetta a vita la sua simbolica effigie opera degnisgnissima de artefice callararo e firmano questa pelosa pergamena de vero abbacchio dopo abbondanti sacrifizi augurali. Alla salutacciaa nostra! Accidenti a chi ce vo male. Viva sempre cicala capoccetta! Sempre!»
Seguono le amene firme animalesche: «Aguila reale, Sbuciatratte, Pollo d’India, Porco d’lndia, Cornacchiolo, Parrochetto, Ragno ciancone, Orso, Gallo cetrone, Cucciolo, Cane bordò, Scimpanzé, Vitello marino, Furetto, Lince, Capretto, Filugello, Gazzella, Muflone, Tapiro, Gatto soriano, Cane Oliviero».
Credete adesso che Onorato Carlandi voglia assistere con le braccia conserte alla celebrazione del proprio cinquantenario artistico ? Mentre s’apre questa sua mostra personale a Milano, espone anche tra i «Venticinque», nel Palazzo di Via Nazionale a Roma.
E poiché l'Agro romano cova coi germi delle febbri mortifere, le fantastiche seduzioni dell’arte, egli vi tornerà a dipingere, con lo stesso zelo innamorato de’ suoi giovani anni, con la costante, onesta consuetudine al lavoro, che farà maturare altri frutti da questa pianta umana, nobile e forte.
FRANCESCO SAPORI
Tratto da: La Galleria Pesaro - Onorato CARLANDI nel suo cinquantenario artistico

