Luigi Conconi (Milano 1852 - 1917)
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Luigi Conconi
Dati biografici sull'artista
Non sempre l'ambiente nel quale ha vissuto e lungamente operò l'artista, ne rispecchia l'anima, non sempre ne riflette schiettamente l'operosità componendo colle testimonianze degli ostacoli superati e dei successi conseguiti, quell'atmosfera di famigliarità che per legge di natura assimila e vincola l'organismo vivente al suo ambiente.
Troppo immediata, per l'artista, è la tentazione di foggiarsi, non senza qualche artificio, una cornice; e il profano che acceda allo studio di un pittore, si sente predisposto a trovarvi la messa in scena di un disordine manierato, inteso a porre in valore l'artista, anziché a rispettarne le tracce dell'operosa intimità.
Un esempio genuino di questa consonanza fra l'ambiente e l'artista, era lo studio del pittore architetto Luigi Conconi. Non soltanto la multiforme sua operosità, ma l'indole bizzarra, e un sempre gustoso umorismo avevano, nel corso di un quarto di secolo, trasformato le vaste e nude soffitte del Palazzo Spinola di via S. Paolo, in un ambiente singolarmente geniale.
Nell'indugiarmi in questo - il giorno in cui la salma del compianto artista se ne staccava per sempre, scortata da amici e colleghi - mi parve che la sua organica unità, vibrante ancora dello spirito che l'aveva animata, non dovesse scomporsi e disperdersi, senza assicurare un espressivo ricordo della figura di Luigi Conconi. Le stesse necrologie, forzatamente affrettate, che nella tristezza di quel giorno esaltavano, più che l'ingegno, la bizzarria del pittore, non senza deformare le caratteristiche, i valori dell'arte sua, concorrevano a suggerire il provvedimento di fissare i vari particolari dell'ambiente, atto ad integrare, nell'avvenire, la figura dell'artista.
Dotato di una squisita sensibilità, pronta a cogliere ogni manifestazione del bello, cosicché nel Conconi era spontanea la eleganza delle forme di cui rivestiva le concezioni della mente: eclettico nell'attività, profusa nella pittura ad olio, a tempera, a pastello, ad affresco, colla matita, la penna, l'acquerello, l'acquaforte, il carbone, la miniatura sull'avorio, conservando a traverso la varietà di una tecnica sempre personale, l'aristocratica originalità, sdegnosa di qualsiasi contatto o richiamo colle tendenze d'oltralpi, e rifuggente da quelle importazioni di arte straniera che hanno fatto le spese delle facili audacie d'improvvisati novatori dello stile: arguto per bonaria ironia, sincero nella stessa indifferenza per le convenienze imposte dalla pratica sociale, Luigi Conconi avrebbe certamente lasciato un'orma ben più profonda del vivido ingegno, se la esuberanza del temperamento estetico non l'avesse fin dalla prima giovinezza esposto alla tentazione di sminuzzare e disseminare le naturali e preziose energie della mente.
Nipote di un artista, Mauro Conconi - al quale, come ai coetanei suoi Cornienti e Faruffini, la morte prematura non contese di lasciare un nome nei fasti della pittura lombarda - astretto come allievo del Politecnico, alle tecniche discipline, il giovane Conconi assisteva materialmente alle lezioni di calcolo del matematico Luigi Cremona, quando l'anima sua già si era data tutta, e sinceramente, al di lui fratello Tranquillo, ed allo scultore Grandi, i due maggiori ribelli di quel tempo, che lo tennero al battesimo dell'arte, senza averne per questo compromessa la originalità. Poiché il Conconi si avviò alla pittura, si può dire d'istinto, spiegando fin dai primi suoi saggi, la nota che doveva rimanere sua, schiettamente personale, nella quale troviamo quel sentimento di osservazione e di percezione, da cui l'arte lombarda veniva con Tranquillo Cremona trasformata, ma nessun plagio di tecnica, o reminiscenza che ne offuschi la sincera espressione.
Ma non è all'analisi dell'ingegno e delle opere di Luigi Conconi, che mirano questi appunti, bensì all'aspetto singolare dell'ambiente che fu suo: dove in geniale disordine, e senza artificiosi effetti, l'opera multiforme e troppo spesso rimasta incompiuta, si amalgamava coi saggi, a lui particolarmente cari, dell'arte di altri tempi, che nell'ambiente del pittore-architetto non mettevano però la nota del bric à brac artistico, come avviene in qualche studio, dove l'esercizio dell'arte trae sussidio dal traffico di anticaglie.
Reliquie di vecchi affreschi, vasi italo greci, tavole dipinte, bozzetti del settecento, maioliche e stoffe, sculture medievali, mobili e specchiere barocche, testimonianti l'arte del passato - che il Conconi non copiò, ma neppure disprezzò - vivevano in buon accordo coi bronzi e gessi del Grandi e del Troubetzkoy, colle tele, abbozzi e modelli architettonici di creazioni sempre originali del nostro pittore: il tutto pervaso dall'umorismo che per il Conconi fu provvidenziale diversivo nel sopportare filosoficamente le delusioni e le difficoltà della vita, talvolta aggravate dalla stessa insofferenza sua per le consuetudini del vivere sociale; umorismo sano, sereno, alimentato dalla feconda immaginazione, dall'inesauribile bizzarria della mente, dall'arguzia della parola, vivificante ogni angolo dello studio: così, dalla grandiosa vetrata a colori, cimelio di giovanili artistiche baraonde carnevalesche, la luce filtrava sulle figurine parodia dell'arte etrusca, sulle comiche terrecotte peruviane e le rozze sculture dei bassi tempi, cristalli ed altre curiosità del regno minerale, animali impagliati, dalle forme più grottesche, veri ludus naturae: e in un angolo, librata sopra uno strano affastellamento di scheletri e teschi d'animali, la macabra ridda di mummie di gatti morti d'inedia, irrigidite nelle spasmodiche espressioni di una lunga agonia. Era per semplice caso, o con intenzione ironica, che un fascio di vecchie pergamene notarili, aride testimonianze di secolari litigi, completava questo riparto di zoologia, rabbiosamente incartapecorita? Chi potrebbe oggi rispondere?
Erano questi ricordi personali trasfusi nell'amalgama di così divergenti manifestazioni, che costituivano, vivente l'artista, la genialità del suo studio, il quale non comportava una fredda descrizione inventariale, nè, lui morto, la catalogazione di un'asta pubblica, essendo un complesso di particelle organiche di una vita vissuta, chiedenti di essere sorprese nella loro espressione collettiva, prima di disgregarsi per sempre.
Purtroppo, di queste singolari figure di artisti che vediamo sparire, non sempre avviene che le vicende della vita siano raccolte per tramandarne degnamente il ricordo; ai cenni necrologici, rispondenti all'effimero interesse di attualità, non sempre tien dietro il proposito di riprendere il soggetto colla dovuta calma, e di esaurirlo degnamente; l'incalzare degli avvenimenti spesso ritarda queste lodevoli intenzioni, quando non le disperda.
Di Luigi Conconi si era parlato, alla sua morte, di una esposizione delle opere nello stesso suo studio: anzi, di una monografia delle medesime si era tenuto parola nell'ultimo periodo della lunga malattia dell'artista, il quale ne aveva ricavato lo spunto per una celia, rispondendo a chi gliene aveva fatto cenno, come egli non si sentisse ancora morto.
Se anormali circostanze hanno potuto ritardare questo doveroso tributo di onoranza, ciò non ha impedito che le testimonianze della multiforme attività dell'artista si trovino oggi raccolte prima che maggiormente si disperdano le impressioni genuine del pittore e della sua opera, che saranno preziose per chi si accingerà a scrivere di Luigi Conconi, per ricomporne la fisionomia, e riassumerne le caratteristiche dell'ingegno, con un giudizio veramente rispondente all'intrinseco loro valore.
Luca Beltrami
Tratto da: La Galleria Pesaro - Mostra individuale di Luigi CONCONI Pittore - Architetto

