Giuseppe Barison (Trieste 1853 - 1930)
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Giuseppe Barison
Dati biografici sull'artista
Un pittore della vecchia scuola e modesto, che se ne vive solo, appartato senza più desiderio alcuni se non quello di lavorare per un bisogno dell'anima e della vita stessa.
A volte per avere un'inspirazione più dolce e più bella tenta di far stare fermi, un poco, i suoi nipotini, irrequieti, belli, birichini e ne fa il ritratto con la più affettuosa premura di nonno, con la più diligente cura di uomo, con la più bella espressione di pittore.
Ma non vuol vivere più all'infuori di questi suoi affetti: quello per le cose sue che ha fatto e che ha sognato: quello per i nipotini che lo divertono tanto quando gli sono a tomo nello studio e gli chiedono il perché di tutte le cose.
E' un uomo modesto e un pittore modesto che ripete a se stesso e agli altri che si viene al mondo con qualche tendenza ma non sempre si ha la fortuna d'arrivare dove si vorrebbe.
Ed egli dice - con la più dolce espressione di nessun rimpianto e con la convinzione d'aver tuttavia lavorato - che non è giunto nè anche a metà strada di quello cui avrebbe voluto tendere.
E' scontento non per quello che ha fatto e prodotto, ma per quello che non ha fatto e non ha prodotto.
Tuttavia la sua opera rimane come l'espressione di un dato momento e di un dato periodo della pittura italiana - e se vogliamo dirlo - anche della pittura triestina: se non altro, per lo meno del movimento pittorico triestino antecedente alle espressioni della schiera giovanile.
Ma non perché è pittura di tempi passati si deve deprezzare ed a dirittura annullare: non è più di moda, ecco tutto: ecco la gran parola capricciosa e terribile.
La nuova generazione - i pittori giovani e giovanissimi - ha ripudiato la maniera della nostra pittura dal 1870 al 1890: venti anni di manifestazione intellettuale del più alto rispetto che nessun giovanissimo - nè anche il più furibondo futurista con tutti i suoi proclami incendiarii dei passatisti potrà far scomparire.
E' un periodo della storia dell'arte, non solo, ma un periodo della storia italiana anche, con le sue tendenze, con il suo stile, con la sua maniera e la sua tecnica e Giuseppe Barison - fra il manipolo degli artisti triestini che esprimono la loro arte con le nuove tendenze e con la nuova tecnica moderna - con Giuseppe Garzolini rappresenta la forma e il concepimento artistico del passato.
Ma di un passato che non è ancora remoto nel tempo e che può essere ricordato ancora con piena vivezza di ricordo e di particolari.
Anzi, più che di un passato, si potrebbe meglio dire di una forma d'arte superata che è stata travolta dalla rapida corsa del tempo e della vita e dal loro continuo incessante divenire.
Da principio Giuseppe Barison è stato più tosto portato alla pittura storica di costume: era una tendenza speciale della sua anima di uomo e di artista che vedeva nel grande concepimento storico e nella vistosità del Costume la possibilità di una composizione studiata, disegnata, curata con la diligenza del suo pennello, e di un effetto, sopratutto, cui, forse, non era estraneo un gusto tutto speciale della teatralità.
Era forse un poco quello stesso gusto che ai tempi di Voltaire e dell'abate Bettinelli suggeriva e consigliava ai padri gesuiti, nei loro collegi, le rappresentazioni storiche delle epoche persiane, greche, romane e medioevali per stimolare nell'animo dei loro allievi le virtù civili espresse nella vita di quei grandi personaggi rappresentati.
Ed era anche forse in derivazione di ciò, un gusto del suo tempo che incominciava però a scomparire.
Tant'è vero che Giuseppe Barison non potè dedicarsi a questo genere, interamente, come avrebbe voluto: anch'esso cominciava a passar di moda.
Tuttavia un suo quadro di quarant'anni fa «Isabella Orsini ed il suo paggio» è, oggi, al Museo Revoltella e segna a punto il momento della pittura storica di costume.
La quale, del resto, se fu presto abbandonata dagli stessi pittori lo deve anche alla sua difficoltà d'interpretazione, alla necessità che richiedeva, del costume e di tutto uno speciale apparato scenico che costava quattrini e non si poteva sempre avere.
Cosicchè lo stesso Barison nel suo quadro «Isabella Orsini» è stato costretto a dipingere il paggio in un costume che non è dell'epoca; e nell'altro suo quadro: «Attendolo Sforza» - ora in mano d'un privato - dove pur la composizione ha un certo senso di tragica nobiltà, il cavallo bianco, per la mancanza d'un modello dal vero, è dipinto in una posa un po' ridicola anche come disegno.
Lasciata la pittura storica di costume, Giuseppe Barison si è dedicato con molta passione al così detto «quadro di genere» scegliendo Venezia e la vita spicciola delle sue calli e delle sue piazze come modello delle sue composizioni.
Anche questo genere di pittura è, ora, completamente superato se pur non s'intenda di ritornarvici - forse la legge dei corsi e dei ricorsi - con quegli studi psicologici d'ambiente di cui si compiacciono alcuni pittori moderni.
Ad ogni modo la tecnica di questo quadro è senz'altro superata: ed io non starò qui a dire ed a discutere se la tecnica di questo quadro fosse buona o no.
Certo, per quel momento era buona; per oggi no, perchè la psicologia dell'ambiente che i nostri giovani - e con loro, del resto gli uomini tutti della vita - cercano, non riposa più sull'espressione calma, serena, tranquilla dell'impressione stessa.
Il pittore d'allora trovava soltanto psicologica l'esattezza della ricostruzione di una qualsiasi scena - esattezza che si differenziava dalla fotografia per una ricerca della espressione della figura - e si fermava qui, senza andar oltre, senza analizzare e scomporre gli elementi psicologici dell'ambiente, dell'avvenimento, della cosa e metterli in rapporto con i colori e con i toni del colore o con una tecnica speciale, anzi, a volta totalmente individuale.
Ed è per questo che i quadri e i quadretti di genere di Giuseppe Barison - come di qualunque «generista» della stessa epoca - hanno quel carattere di tranquillità, come se qualcuno Contasse, con la più grande flemma di questo mondo, una novelletta scipita.
Forse noi li giudichiamo troppo con la mente imbevuta delle visioni pittoriche moderne: ma non per questo cessan d'avere il loro pregio.
Questo stesso senso di tranquillità è del resto un pregio perchè dimostra che permetteva all'artefice, scevro da commozioni e da elaborazioni interne, di occuparsi interamente, con diligenza e senza preconcetti di dare alle sue figure quella loro stessa forma e null'altro: nè effetti nè arteficii nè decorazioni: solo il vero.
Fra i quadri di Giuseppe Barison, di questo periodo del costume veneziano ch'egli dipingeva nelle vie di Venezia, serenamente, per dare, all'arte, della verità, sono notevoli: «Un dono del fidanzato» esposto nell'82 a Venezia; «L'anello del fidanzato» che è nella Galleria di Stoccarda; «Dopo una rissa» - un gran quadro, in cui fra la gente dell'osteria sbigottita dal sangue corso troneggia la figura austera dell'autorità: un milite della benemerita in grand'uniforme.
A questo genere di vita veneziana all'aperto: donne che parlano, venditori che litigano, scrivani, gondolieri ecc. va anche congiunto per tecnica, per composizione, per concepimento - il quadro di genere rappresentante il chiuso di un ambiente come «La visita della nonna», «Rappresentazione in famiglia» - acquistato dal Duca di Genova - che sono delle piccole scene d'intima gioia o d'intimo dolore, in cui l'assenza appunto d'ogni alterazione e d'ogni ardimento costituisce forse la loro bellezza sentimentale, leggermente romantica.
Nell'86 Giuseppe Barison concorre a Milano per il premio Principe Umberto con un vivo argomento veneziano «Pescheria di Rialto» ed è lì per prendere il premio: ma quando la giuria sa che egli è triestino - un suddito dell'Austria - si affretta a negarglielo e a darlo invece a Urbano Nono, scultore veneziano.
Nel 1912 con un ritorno al suo vecchio genere della pittura storica, di quella pittura che nel 1879 gli aveva ispirato l'«Attendolo Sforza» vince il concorso per la decorazione della Cassa di Risparmio a Trieste.
E dipinge quei suoi due quadri di costume storico che sono «I mercanti» e «I costruttori».
L'unica volta - mi dice con la sua modestia e la sua candidezza di buon nonno, Giuseppe Barison - che ho fatto qualche cosa di buono in questo genere, ma perchè ero già maturo!»
Del resto in questi ultimi anni, non ha saputo resistere a questa tentazione che è qualcosa di più forte di lui e s'è messo a dipingere ancora roba di costume; poi, ora, s'è dedicato ai cavalli ed ai soggetti militari, ispiratigli, forse, dalla guerra: pattuglie di cavalieri, sfilate di prigionieri ecc.
Ma dipinge, così, per lavorare, perchè, non potendo fare quello che vorrebbe, fa quel che può; del resto egli ci tiene a dirlo: che non sa fare che il quadro storico di costume e il quadro di genere veneziano e che, se potesse, tornerebbe ancora indietro, rifarebbe quello che ha fatto per farlo meglio anche se non potesse, di nuovo, arrivare dove vorrebbe…
Tratto da - Dizionario Sibilia

