Giuseppe Amisani (Mede Lomellina 1881 - Portofino 1941)

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giuseppe amisani

Giuseppe Amisani

Dati biografici sull'artista

Ecco questo pittore settentrionale, Giuseppe Amisani, si presenta oggi, a distanza di due anni dalla sua ultima personale, con una serie di impressioni d'Egitto: (sarebbe forse più esatto dire: impressioni del Cairo) esse non rappresentano una improvvisa rivoluzione della sua opera o un'inattesa conversione della sua arte quali oggi usano presso i giovani e i non più giovani: ma riconfermano le doti essenziali alle quali l'Amisani deve il suo buon nome di pittore lombardo.

Luminosità e colore, luminosità indipendente dalla tecnica divisionista che egli non usò mai, e colore che è spesso fine a se stesso per un piacere di dipingere, per una gioia di contrasti, di intonazioni e di magiche combinazioni.

Pittura degli occhi, pittura per gli occhi, senza preoccupazioni metafisiche e senza idolatrie di ricerche «al di là del bene e del male»; paga di rappresentare il vero: un vero interpretato e deformato da una predilezione tecnica più che da una volontà teorica.

La maggior parte di queste impressioni di Giuseppe Amisani risentono con le virtù e con i difetti, di questa immediatezza; ma le une e gli altri riuniti giovano a portare lo spettatore nell'ambiente.

Sì, vi sono due modi di concepire e di trattare l'orientalismo: il paesaggio orientale, i minareti e le palme: dal vero, e per immaginazione.

L'autore di Salambò sosteneva che il miglior modo per descrivere l'oriente è quello di non andarvi: e intorno a lui e intorno all'autore delle Orientales c'era tutta una scuola essenzialmente letteraria che traeva l'ispirazione dalle «Mille e una notte» e dai canzonieri ispano-moreschi senza sentir il bisogno di varcare il Mediterraneo e di venir a contatto diretto con le civiltà africane e asiatiche.

Orientalistes en chambre erano definiti con non celata ironia, finché alcuni pittori e pittori-scrittori come il Fromentin non esitarono a darci un'Africa, un'Asia, dal vero.

Movimento di origine anche politica che si sviluppò dietro le conquiste francesi dell'Algeria e della Tunisia, dietro le prime penetrazioni economiche in Turchia ed in Asia Minore.

Lo stesso Fromentin era accompagnato nella sua propaganda pittorica da Isabey, Decamps, Morillat, Belly, Guillamet che si erano veramente specializzati in un genere che venne di moda soprattutto intorno al 1850 e morì nell'ultimo quarto del secolo scorso, ucciso, diciamo, dall'«India» di Resnard o dal «Tahiti» di Gauguin e consumatosi da se stesso in una ripetizione stucchevole di motivi pittorici abusati.

Veramente molti ritengono impossibile che si possa dedicare ancora qualche metro di tela alla visione della moschea, dei minareti, delle palme e di tutto il repertorio tipico della pittura orientalista e della letteratura orientaleggiante.

Giuseppe Amisani ha il gran merito di aver rotto con quella insopportabile tradizione e di aver creato una pittura sua, di aver subito il vero e non il già fatto, di aver attribuito a un soggetto, vuotato da tanti artisti, un nucleo di emozioni nuove.

Perché, anche nella storia della pittura orientalista italiana, esiste una tradizione: anche i nostri pittori, soprattutto i settentrionali, sentirono il bisogno di arricchire la loro tavolozza provandone l'efficacia in contatto con le gamme coloristiche del paesaggio africano.

Così il milanese Dell'Orto e il Mancini, così il parmense Alberto Pasini, così sulle rive stesse del Bosforo lo Zonaro, così in una peregrinazione di pochi mesi in Egitto e Terra Santa: G. A. Sartorio.

E, tra i giovani: Chini, Moretti Foggia, Wolff Ferrari.

Il «Cairo» di Giuseppe Amisani non ha parentele con la pittura degli artisti che abbiamo nominati: più aereo, direi più friabile, intriso di luci contrastanti e vibrante di movimento: non tanto comico quanto tragico per le proiezioni d'ombra delle architetture gigantesche, per la ricchezza della vegetazione e degli sfondi contro cui formicolano i cenciosi, gli oziosi, i mendicanti drappeggiati come figli di re, giganti dalle aristocratiche faccie e dalle eroiche andature come eredi dei Califfi e dei Faraoni, schiavi dai mistici sguardi e dalle ingenue espressioni che ricordano Gotha le simple.

Perché chiunque descriva l'Egitto, anche l'Egitto contemporaneo dello Shepherd's e del Continental non può evitare il peso della sua storia millenaria, il fascino e il riflesso delle dinastie che hanno accumulato i tesori del Museo egizio.

Certi silenzii, come certi vuoti delle piazze e delle strade sorvolati da stormi di colombi e di cornacchie, sono ingombrati dalle memorie; certe solitudini sabbiose, certe freschezze di campi arati lungo il Nilo sussurranti di allodole o picchiettati dal martello secco delle fontane, sono agitati dagli echi di antiche canzoni e dai fantasmi di disperse vite.

Così, tra i colori e i baleni di questa pittura festante c'è non so che attenuata tristezza e che ombra di malinconia; c'è qualcosa di nuovo che gli altri coloristi italiani emigrati in Africa non avevano dato e che caratterizza l'Amisani tra i pittori del novecento.

Queste sue pitture hanno per loro virtù la freschezza, e per necessità la disinvoltura di un'espressione colta sul vero e rapidamente fissata; così non bisogna chieder loro ciò che esse non danno e che esse non vogliono avere.

Quando Amisani vuol comporre il quadro o determinare la figura in un gesto o modellare plasticamente i colori ci riesce, e basterebbero i suoi violenti e decisi disegni a dimostrarlo o gli atteggiamenti scultorei di qualche bronzea schiavetta araba come gli piace rappresentarne negli angiporti dei postriboli o nelle luci spettrali delle viuzze malfamate.

Atteggiamenti femminili bestiali o ieratici secondo le differenze così grandi ed essenziali delle razze: dove si vede che l'Amisani non si è arrestato alla corteccia di quel mondo, carico di maledette putredini e di spaventosi mali, verniciato di festose e scintillanti colorazioni, ma ha indovinato le correnti che in quel misterioso cosmo traggono ogni tanto a galla reliquie del più lontano passato.

Domenico Morelli illustratore del Vangelo secondo una concezione simile a quella del romanziere «storico» ne avrebbe fatto i protagonisti di una «Fuga in Egitto» o di un «Cristo nel deserto», Amisani senza aspirazioni e senza pretese di creare il quadro a soggetto, dà a questi episodii della strada, dei campi, del fiume, un contenuto lirico: il suo impressionismo non si limita alla composizione coloristica pura e semplice e alla fedele riproduzione del vero, è anche una trasformazione del reale effimero nell'irreale eterno.

Cioè arte.

RAFFAELE CALZINI (tratto da Mostra La Galleria Pesaro 1926)

 

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