Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo 1868 - 1907)
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Giuseppe Pellizza da Volpedo
Valutazione dipinti Giuseppe Pellizza da Volpedo
Le quotazioni del pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo vanno in media dai 5.000 ai 45.000 euro per i bozzetti e per gli studi, le opere del primo periodo vanno dai 20.000 ai 100.000 euro con punte sino a 400.000 euro per i dipinti più importanti. I capolavori possono superare queste cifre.
Il mercato di interesse è principalmente piemontese ma anche nazionale e internazionale.
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Dati biografici sull'artista
Ecco Giuseppe Pellizza riappare. S'è ucciso tredici anni fa, una notte, all'alba, per troppo amore, perché la sua donna e un suo bambino gli erano morti, e non ebbe il cuore di restare di qua, senza loro. Dal letto la madre l'aveva veduto attraversare in punta di piedi la stanza quando suonava l'avemaria del giorno. Egli andò all'armadio dov'erano riposte le vesti della moglie morta, le svolse al barlume, le baciò: poi si chiuse nel suo studio e s'impiccò. Aveva trentanove anni.
Quel che resta della sua pittura fuori delle raccolte pubbliche e private, viene qui ancora dal suo studio di Volpedo, una cittadina di là da Tortona, lungo il torrente Curone che è d'estate un filo d'argento dentro un gran ghiajeto color di rosa. Tutte immagini e ricordi di quella sua campagna sotto i cui alberi radi egli ritrovava nel silenzio del tramonto la sdegnosa malinconia del Fontanesi; di quelle colline da dove, a guardare la neve sul Giarolo, sognava le eccelse alpi bianche e azzurre di Giovanni Segantini. Quando a Roma o a Firenze veniva incontro a noi cittadini, cordiale sincero e convinto, anche gli odorava di campagna come queste tele, e in ogni suo discorso rifletteva il suo cielo e i suoi prati.
Ascoltava, discuteva, scriveva, andava a scuola dai professori dell'Istituto, percorreva i musei, ma tutto riconduceva là, al suo paese.
Gli Uffizi o il Vaticano esistevano perché egli ne uscisse meglio armato a dipingere la su terra lassù, o piuttosto a dipingere gli affetti le visioni che solo la sua terra suscitava in lui.
Ha studiato a Brera, ha studiato a Bergamo, ha studiato a Firenze: ma non conosco un solo studio di paese dipinto da lui a Milano, a Bergamo a Firenze.
Solo nel 1906, tornato a Roma per alcun mesi, dipinse La statua a Villa Borghese e i quella villa preparò un altro quadro Alberi e nubi che non ebbe il tempo di finire.
La città, in fondo, egli non l'amava. " In città - scriveva al padre - qualche persona si trova che ci vuol bene; ma sono troppo rari, e il vederci trattati bene dalla maggior parte solo pel fatto che si ben vestiti, il che lascia presumere che si abbi in tasca denaro, è cosa che in fondo fa dispiacere. Ma il mondo è così. Forse anche noi facciamo lo stesso".
In un articolo pubblicato a Firenze nel 1895, intitolato il Pittore e la solitudine, dichiarava: "Al vero artista la vita solitaria della campagna è utile invece che nociva perché lontano dagli eccitamenti necessarii ai fiacchi mai ristà dal lavoro e dalle ricerche, progredendo così di un progresso lento ma continuo".
E pensava alla sua Teresa silenziosa che gli agucchiava accanto in un angolo dello studio, e alle finestre aperte sul verde e ai suoi campi e al suo fieno e al suo grano e ai suoi bozzoli pei quali ogni maggio liberava dai cavalletti e dai manichini quello stanzone candido per stendervi stuoie e lenzuoli aiutato da suo padre, da sua madre, da sua moglie. In fondo, davanti a loro, il cruccio d'avere, egli del contado, egli contadino, abbandonato la terra, diventava rimorso. E perdonava a sè stesso e cercava di farsi perdonare dagli altri facendo dell'arte sua omaggio totale a quella terra, e alla sua famiglia.
I primi ritratti che egli ha dipinti, energici e immediati, senza accomodamenti e senza dubbi, sono questi due ritratti dei suoi genitori, è questo ritratto di sua sorella. Il Fienile col bifolco morente lassù tra i mucchi del fieno secco, col prete in ginocchio che gli porge la particola consacrata, con la piena luce del cielo primaverile che protegge quell'ombra come una benedizione, è il suo fienile, accanto a casa sua, carico di raccolto, odoroso di timo e di menta come un favo di miele. Tutte le figure del Quarto stato cui lavorò e pensò per dodici anni, sono studiate dal vivo a Volpedo; e la pura trionfante figura della madre col bambino, in prima fila, è sua moglie: nè Meunier ne ha scolpita una più semplice e più bella.
In quella solitudine lo confortava anche il pensiero del suo Segantini che nell'eremo del Maloja dove s'era chiuso con la famiglia, gli scriveva nel dicembre del 1894: "Grazie di ricordarmi così. L'amicizia sincera in arte è tanto rara che diventa cosa preziosa specialmente per me che mi sono messo contro tutte le idee e le abitudini volgari dei miei confratelli in arte. Voi siete il solo che abbia dimostrato di pensare, di vedere e di sentire come io penso e vedo e sento. E' questa è la sola amicizia possibile e sincera fra due artisti".
Ma è tempo di separare l'arte di Giuseppe Pellizza da quella del Segantini, più crudo, spesso, e dal contagio germanico condotto a velare la sua commossa umanità con allegoriche astruserie; come è tempo di separarla da quella di taluni divisionisti nostri incapaci d'altra originalità fuor di quella facile, esterna, meticolosa, calligrafica della pennellata a virgole e a perline che venti anni fa volle ridurre la pittura a un ricamo da educande per la festa della Madre Superiore della Casa (casa di commercio).
Di quella tecnica Giovanni Segantini si prese, come è noto, quel pochissimo che gli parve utile e così fece alla fine Giuseppe Pellizza, nonostante le lettere affettuose e asfissianti del buon Morbelli che in ogni pennellata libera e ribelle alla sua personale ricetta vedeva un crimenlese.
Il Divisionismo fu l'ultimo poscritto dell'Impressionismo: la fine: la paradossale conclusione d'una scuola: il riflesso del riflesso d'un riflesso. Quel che per un pittore - dal Tintoretto a Renoir - poteva essere un mezzo di risolvere qua o là, in un punto del suo quadro, un delicato problema di luce, qui divenne una legge per tutto e, peggio, per tutti.
Ma mentre i divisionisti francesi disfacevano i volumi, i migliori (pochi: due o tre) divisionisti italiani, col prepotente insorgere d'un istinto di razza, si affaticarono lo stesso, pur con quella tecnica straniera e dissolvente, a costruire volumi, a ritrovare anche nella luce piena la profonda rotondità dello spazio. Questi analisti nostri riuscirono insomma ad essere dei sintetici.
Accanto allo studio dell'unità e dell' intensità della luce Giuseppe Pellizza si pose sùbito il problema dell'equilibrata unità di tutto il quadro, il problema dell'obbedienza, nel peso e nel colore, di tutti gli elementi all'insieme dell'opera, alla volontà cioè dell'artista. A rileggere una pubblica lettera che egli scrisse a Giovanni Cena quando nel 1896 il Fienile fu esposto a Torino, Giuseppe Pellizza ci appare oggi come il più cosciente e deliberato precursore della rinascita dell'intelligenza e della fantasia su dal piatto realismo e dal vaporoso impressionismo degli ultimi sessanta o settant'anni. "In questo quadro l'invenzione ha parte più che non si creda, come negli altri miei. Vorrei infatti che si desse più importanza all'invenzione e alla composizione perché credo che la decadenza dell'arte si deva in gran parte alla trascuranza di esse. Il verismo ha portato questo di buono, che ha condannato forme aberranti contorte esagerate, riducendole alla sobrietà e correttezza ch'è nella natura, ma i veristi per eccessiva paura di dar nel falso credono necessario scegliere un vero tutto d'un pezzo, nè osano modificarne gli elementi aggiungendo od eliminando, e componendo diversi veri osservati a parte e riuniti armonicamente. Ma questo è il principale e più nobile còmpito dell'artista: altrimenti egli non sarebbe più un creatore, ma un riproduttore e un copiatore".
Lo Specchio della vita, il Prato fiorito, il Mattino d'aprile, la Neve, per dire solo dei paesaggi, rivelano qui questo contrasto tra i mezzi lievi e triti che nei pochi anni del suo gran lavoro, dal 1894 al 1907, 1'estremo Impressionismo gli offriva, e le idee e gli schemi dei suoi quadri, chiari sempre e solidi e classici, le ombre e le luci, le gravi masse e l'aria trasparente distribuite con un'architettura netta, visibile sùbito.
Se avesse vissuto egli certo si sarebbe creato un suo proprio mezzo d'espressione più adatto a questa volontà costruttrice e a questo amore della figura umana, tanto raro o almeno tanto vano nei divisionisti ortodossi. "Chi dipingerà gli uomini come Claude Monet dipinge i paesi?" si chiedeva Vincent Van Gogh. Ecco il problema che il Pellizza si pose, nel Fienile, nella Tradita, nel Morticino, nell'Amore e la vita, e sopra tutto nel Quarto Stato. Tutti quadri e abbozzi di quadri che hanno un soggetto: perfino un soggetto politico. Eresie, cioè, secondo i maestri di tecnica o di calligrafia pittorica che da tanti anni vuotano i pittori italiani d'ogni anima e li riempiono di formule e di sbadigli.
No: Giuseppe Pellizza, pur nato nel più triste momento di quell'accademia, sentì che l'arte non è un vuoto esercizio e che dietro il velo del colore devono apparire la passione e la volontà dell'artista come dietro la musica dei versi appajono la passione e la volontà del poeta, se l'artista e il poeta sono uomini e non marionette.
Un giorno, la passione potè più della sua volontà. Lo spasimo di lui non giunse a mutarsi in poesia, non riuscì a placarsi nell'arte. E d'un tratto egli esalò l'anima torturata, proprio nel suo studio, proprio davanti a questi suoi dipinti sui quali per tanti anni era invece riuscito a distendere le gioje e le pene, la fede e i sogni della sua solitudine. Quel che gli restava di vita parve nel silenzio dell'alba, raggiungere e sovrapporsi in un attimo a tutta la sua vita passata che il miracolo dell'arte faceva in quelle tele presente. Forse, se in quell'alba di giugno egli avesse atteso solo un'ora, se il sole fosse sorto, se fosse ricominciato davantí a quei suoi profondi occhi l'incanto e l'inganno della luce, egli si sarebbe salvato. E oggi sarebbe qui tra noi, il migliore di noi.
Ugo Ojetti
Tratto da: La Galleria Pesaro - Mostra individuale di G. PELLIZZA Da VOLPEDO

