De Maria Marius Pictor (Bologna 1852 - 1924)
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De Ma
ria Marius Pictor
Nel 1886, un piccolo gruppo di artisti romani o che a Roma vivevano, pensarono di unire le loro opere in una mostra privata, quasi a protestare contro l'arte mercantile e spagnoleggiante che trionfava nelle esposizioni ufficiali della Promotrice.
Quelli artisti erano solitarii studiosi, diversissimi di tendenze e di ricerche, ma tutti egualmente sinceri ed egualmente decisi a percorrere una vita diversa da quella che i loro contemporanei percorrevano con fortuna e con plauso.
Chi scrive ricorda ancora i sani entusiasmi di quelli artisti quando riunendosi la sera in una saletta appartata del Caffè Greco di Roma, si narravano le impressioni del giorno e i paesi che avevano visitato e i vari toni che avevano intraveduto nei luoghi più reconditi della campagna romana.
Perché per quelli artisti il paese era sopra tutto una visione di valori e di toni e mentre gli acquerellisti e i pittori detti continari alternavano tutte le tinte nelle gamme dilettevoli delle lacche e dei cromi, essi cercavano di ricondurre la pittura ad una più esatta espressione della verità e facevano - con ideali diversi e con ricerche più moderne - quello che venti anni prima in un medesimo impeto di ribellione avevano fatto i macchiaioli fiorentini.
Fra i più entusiasti e i più tenaci al lavoro era - nel piccolo gruppo - Mario De Maria, bolognese.
Della sua arte pochi conoscevano qualcosa: nella mostra internazionale dell'83 aveva esposto una scena di natura di barcaioli che non si era fatta notare per nessuna qualità eccezionale.
Si sapeva del suo concittadino Luigi Serra - il quale anzi lo aveva presentato ad alcuni del gruppo - e che viveva in grande intimità con Vincenzo Cabianca il glorioso artista vicentino il quale aveva lo studio accanto a lui in quel palazzone di Via Margotta che ha raccolto e continua a raccogliere tutte le generazioni di pittori romani - si sapeva anche che lavorava tenacemente senza che nessuno potesse dire quale fosse questo suo lavoro.
Nelle conversazioni d'art - Mario è stato sempre il più ammirevole dei conversatori - esaltava i francesi del 30 che aveva studiato a Parigi dove era vissuto lungamente e agli idoli effimeri dei suoi genitori contrapponeva il Delacroix e il Decamps, venerando quasi nume supremo della pittura il Rembrant che egli considerava come il più grande di tutti.
Il giorno in cui si aprì al pubblico la piccola mostra della quale go parlato in principio, Mario de Maria era dunque uno sconosciuto: uno sconosciuto al pubblico e alla maggior parte dei compagni d'arte.
La sera di quel giorno era un grandissimo artista e intorno al suo nome si combattevano polemiche violente, mentre i suoi quadri di una tecnica così nuova e così profonda, suscitavano una rivoluzione fra gli artisti romani, abituati ormai da lunghi anni alle graziose lezioni delle cantiniere civettanti con i moschettieri e ai merletti fioriti sulle porpore dei cardinali settecenteschi.
Bisogna aggiungere che i quadri del De Maria uscivano da tutte le regole seguite fino allora dai timidi pittori di Roma: erano scene notturne di una trasparenza madreperlacea; erano visioni lunari che sembravano uscite dalla fantasia di un Edgardo Poe più squisitamente raffinato; erano crepuscoli d'oro che davano la nostalgia d'altri tempi e d'altri cieli.
Ma sopra tutto quello che colpiva in quelle tele prodotte da una fantasia esuberante era la sensazione della verità, una sensazione indefinibile che dava un'apparenza reale alle più vaghe immagini della mente,
Fin da quella prima mostra, Mario de Maria apparve quello che veramente è un poeta del colore.
Del resto egli era giunto a questa raffinatezza del senso estetico a traverso una lunga serie di generazioni d'artisti.
Nato a Bologna nel 1885, da una famiglia di scultori e di musicisti, egli aveva trovato nei suoi un secolo di tradizioni d'arte.
Di quì la squisitezza acutissima di tutte le sue facoltà estetiche e la facilità di penetrare e di far sue le più svariate manifestazioni in tutti i campi dell'arte.
Questa aristocrazia del pensiero e questa raffinatezza dei gusti ha giovato a tener lontano il De Maria da tutte le volgarità e da tutte le ciarlatanerie, con un temperamento come il suo, egli è stato sempre un po' sdegnoso e ha «creato con gioia» per il piacere di produrre un'opera d'arte e senza preoccupazioni di gloriola artificiale o di facile guadagno.
Dopo il trionfo del 1886, un artista che avesse avuto minore entusiasmo e minore carattere del De Maria si sarebbe accontentato della fama della conquista e avrebbe pensato a crearsi quella che si chiama una «situazione ufficiale».
Egli invece rimase in disparte e continuò a lavorare secondo un suo ideale, cercando di perfezionare continuamente quella sua tecnica robusta e così sdegnoso dal facile applauso che in quella sua tecnica robusta e così sdegnoso del facile applauso che in quelli anni di sentimentalismo romantico non esitò a intitolare i suoi quadri con titoli tecnici che eccitarono il facile umorismo dei gazzettini d'allora.
La piccola mostra di Via S. Nicola da Tolentino essendosi trasformata in una società battagliera col titolo significativo d'In arte libertas Mario de Maria espose il suo secondo anno otto quadri intitolati così: Due grigi in una scola di gialli: un giallo sporco in una scola di azzurri; grigi e verdi illuminati di notte; toni caldi e toni freddi ecc. ecc.
Ancora una volta egli aveva voluto dimostrare che la pittura è sopra tutto la soluzione di un problema di colore e che tutte le fantasmagoriche e ragionatrici, non sono che sovrapposizioni intellettuali, estranee all'essenza stessa di un'opera d'Arte.
Questa seconda esposizione fu un secondo trionfo: ma non curante di questo come del primo egli abbandonò In arte libertas nella quale cominciava a sentirsi troppo a disagio e ricominciò a viaggiare.
Fu a Terracina, dove trasse dalla poesia selvaggia di quelle terre desolate, robustissime ispirazioni d'arte; visitò minutamente la Germania, ritornò a Parigi e a Londra.
Poi un giorno gli amici seppero che Mario de Maria aveva deciso di stabilirsi a Venezia: si era nel 1892: da allora non è più ritornato a Roma.
Ma a Venezia egli ha continuato ad essere l'artista vigoroso, e sprezzante d'ogni inutile popolarità, che gli amici avevano imparato a conoscere fin dal suo sorgere.
Quasi a voler manifestare il continuo bisogno di rinnovarsi nel 1894 - alla Triennale di Milano - espose con quello pseudonimo di ,Marius Pictor che non ha più abbandonato.
La perfezione tecnica che egli ha oramai raggiunto e che nessuno dei suoi molti imitatori e riuscito ad avvicinare, si è venuta completando in questi ultimi anni con una più robusta visione pittorica.
Egli non è soltanto il pittore lunare che tutti conoscevano egli è il pittore della luce sia questa il pallido riflesso di un cielo notturno, o l'incendio veemente di un crepuscolo veneziano; sia il riverbero di un mezzogiorno estivo, o il luccichio livido di un'alba invernale.
Sotto il suo pennello i toni acquistano una straordinaria violenza; si direbbe che egli riesca a infondere nelle sue tele una luce propria sì che esse vivano per loro propria virtù e questa vita e così intensa che giustifica la definizione di un critico, il quale ebbe a dire un giorno che il De Maria drammatizzava la natura.
Questo aspetto della sua arte deriva sopra tutto da quell'inesauribile entusiasmo, nel quale egli trova la forza di un continuo rinnovamento.
Ultimo discendente di una razza di artisti, si direbbe che egli sia lo spirito rappresentativo della nostra epoca irrequieta e profonda, fantastica e musicale. Vi è in lui qualcosa di Edgardo Poe e di Riccardo Wagner, che fondendosi in un temperamento pittorico hanno prodotto una natura squisitamente sensitiva e audacemente ribelle.
In una parola Mario de Maria è oggi il pittore più completo che possegga l'Italia e la raccolta delle sue opere in una mostra come questa di Venezia, onora in egual modo l'arte e l'artista.
Diego Angeli
Tratto da: Le Biennali di Venezia - VIII - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia
