Domenico Induno (Milano 1815 - 1878)

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Domenico Induno


Valutazione dipinti Domenico Induno

Le quotazioni delle opere del pittore Domenico Induno partono dai 20.000 euro fino ai 40.000 euro per i dipinti più importanti raggiungendo i 50.000 euro per i soggetti più riusciti. Negli ultimi anni c’è una certa flessione della richiesta per questo autore.


La sua pittura è dedicata specialmente all’attualità del momento storico vissuto, della vita militare e del vedutismo.


Una valutazione è condizionata  dalla conservazione, dalla qualità, dal periodo, dalla dimensione dell’opera e da altri fattori per cui si prega di contattare la Galleria Berardi per ricevere una stima corretta.

Dati biografici sull'artista

«... dei primi «recò nell'arte» il sentimento schietto vigoroso intimo «della vita contemporanea..», cosi si legge sul piedistallo del busto che a Domenico Induno fu dedicato nel 1880 sotto il portico del Palazzo di Brera.

Era ed è la verità, ma giova ricercare il quando e il come.

Pressoché povero, egli cominciò la sua vita di artista come garzone orefice, il suo «padrone», l'incisore Cossa, riconobbe le sue singolari attitudini all'arte e lo avviò all'Accademia di Brera.

Nel 1839, vent'anni dopo il Pietro Rossi che sta per staccarsi dalla famiglia, del veneziano Hayez (dipinto che potrebbe essere il frontespizio di una collana dei quadri romantici italiani) il milanese Domenico Induno era ancora ai soggetti classici e leggendarii col saggio accademico Alessandro il Grande e il medico Filippo mentre altri suoi compagni di studii sceglievano già episodii moderni; seguiva un Giuramento di Pontida e una figura di Samuele che il Rovani definì «ideata veramente con biblica ispirazione», poi, senza più concedere un solo palmo di tela al romanticismo letterario e esotico, melodrammatico e magari coreografico, tanto caro alla città del Teatro alla Scala, l'Induno si trova subito nel realismo diretto dal, quale più non uscì, tanto che ebbe a dipingere due quadri divenuti storici solo col ritrarre avvenimenti di cronaca milanese: Il bollettino di Villafranca e La prima pietra della Galleria.

Non diversamente dai suoi colleghi anche di fuori, incominciò dipingendo figure dette allora di fantasia o di espressione su fondi a larghi spazii vuoti che indifferentemente volevano essere l'aperto o pseudo-interni in una convenzionale chiarità di calda intonazione colla quale si intendeva di uscire dalla imitazione del tenebrose bituminoso delle tele antiche.

Poi, nel condurre ritratti e preferendo gli interni e la costante luce dello studio, egli si formò una sua maniera affatto personale, pel gusto, pel colore, per la sempre efficace varietà del tocco anche in piccole dimensioni, propria dei grandi maestri, con un'energia di fattura allora nuova, cercando le finezze di certi grigi colorati che si direbbero di eredità spagnuola, in una tavolozza di istintiva sobrietà ma che, pur con tonalità tendente al freddo, contribuiva a rendere la intimità degli ambienti della vecchia città ambrosiana raccolta nel suo muto sacrificio di schiavitù all'odiato straniero.

Nato dal popolo e altero di venirne, acuto ma indulgente osservatore, descrittore che vorrei dire un po' manzoniano, ritraendo un'umile verità profondamente sentita, espresse la patetica poesia della esistenza del popolo quale la poteva comprendere il suo animo semplice e buono.

Facendo come sentiva, seguendo cioè il precetto del maestro suo, il classico Sabatelli, e suscitando la pittura di genere italiana, egli venne a fare «de l'art vivant» secondo il dogma del verista Courbet; i suoi quadri gli costavano amorose meditazioni e spasimi del cervello e persino vere lagrime, tanto che, affievolitosi il suo fisico, la sua produzione si ridusse ancor avanti la vecchiezza. Al Monte di Pietà, Pane e lacrime (acquistato dall'Hayez), Al cader delle foglie, Una lezione della nonna, L'abbandonata, furono i suoi temi sentimentali; La questua, (che richiamava le sottoscrizioni mazziniane segrete), Povera Venezia ? erano affermazioni del cospiratore del 1848 che aveva dovuto esiliare nella Svizzera e a Firenze sino al 1859.

Il quadro Vittorio Emanuele che pone la prima pietra della Galleria intitolata al suo nome, una tela alla quale il pittore lavorò maggior tempo dei pochi mesi occorsi per la costruzione del capolavoro mengoniano, piacque or fa più di mezzo secolo e può piacere ancora per la spontanea ingegnosità colla quale vi sono superate le difficoltà della composizione così vera e pure non fotografica, e come album di ritratti di evidente esattezza delle autorità e notabilità intervenute alla cerimonia e che persuade pur mancando di quel complessivo risultato decorativo col quale si vorrebbe giustificare la retorica di tante vaste machines della pittura commemorativa ufficiale contemporanea.

L'altro suo gran quadro, dipinto nel 60, ripetuto con varianti, è L'arrivo del bollettino della Pace di Villafranca il cui titolo stesso confessa candidamente l'errore originale come quadro storico, è infatti soltanto una illustrazione di attualità, un gruppo ingenuamente scucito di tipiche figure e di teste, espressive in diverso modo dell'improvviso penoso sentimento di delusione diffusosi all'annuncio della cessazione della guerra liberatrice.

Ma quale simpatica opera d'arte, per la attraente bellezza dei particolari pittorici, e come la vigorosa personalità dell'Induno vi appare intiera e viva, antipodica all'à peu près che imperversa e imperversa.. anche in pittura?

Egli fu il solo pittore lombardo che non risenti della presenza in Milano del Morelli del quale si disse che restituì ai lombardi quella rivoluzione che essi avevano portata a Napoli; la risentì invece, il fratello Gerolamo (minore non soltanto di anni) che seppe far fiorire le sue tele di vivaci colori piacenti che il pubblico preferiva alla severa pittura di Domenico del quale si può anzi dire, come del periodo migliore dell'arte di Edgar Degas, il n'a jamais cherché à faire de la peinture agréable, il lui suffisat d'être vrai et d'attester un mètier habile et sur».

La sua pittura, come la sua arte (che oggi si definirebbe statica) sembrano richiamare inconsapevolmente il sano positivismo lombardo, la sua pittura, poi, di fermo disegnatore, per l'intonazione e l'esecuzione (al paragone di quella del Cremona, del Ranzoni, del Piccio) può apparire come della prosa, ma è la salda, nitida prosa di un maestro ammirabile.

Una mostra postuma delle sue opere, tenuta con quelle del fratello Gerolamo nel '91, non potè esercitare molta attrazione sugli artisti e sul pubblico solo perché erano quelli gli anni nei quali si avviava una più larga comprensione e la definitiva ammirazione per l'affascinante opera di Tranquillo Cremona, come, in Torino, per quella di Antonio Fontanesi.

Un po' dimenticato nella sua stessa Milano, pressoché ignorato fuori, o confuso col fratello, questa piccola sua mostra - dove bozzetti e quadri si spiegano, pittoricamente, a vicenda - vorrebbe additarlo come un esempio.

Ed oggi, più che mai, quale desiderabile esempio di probità?

 

CARLO BOZZI

Tratto da: Le Biennali di Venezia - XIV - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia

 

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