Daniele Ranzoni (Intra 1843 - 1889)
Siamo interessati all'acquisto di quadri del pittore Daniele Ranzoni
Forniamo gratis le quotazioni dei quadri e dei dipinti di questo pittore
Siete in possesso di opere d'arte, dipinti o acquerelli di questo artista?
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Possiamo fornirvi una valutazione gratuita, immediata e senza impegno, indicandovi i prezzi più recenti del pittore Daniele Ranzoni.
Tel.: 328 3151953
Potete inviare le foto via email a:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
o via WhatsApp: 328 3151953
In caso lo riteniate necessario sarà possibile prenotare gratuitamente un appuntamento in tutta Italia!La Galleria Berardi è specializzata nelle opere di Daniele Ranzoni. Siamo tra i massimi esperti di questo pittore e forniamo le quotazioni e i prezzi in maniera assolutamente gratuita.
In caso di vostro interesse all'acquisto o alla vendita di quadri di Daniele Ranzoni siamo in grado di fornirvi tutta la consulenza necessaria. La discrezione, la rapidità nelle risposte, la serietà nella trattativa contraddistingue la Galleria Berardi nella trattativa dei dipinti di valore di questo importante artista.
Daniele Ranzoni
Valutazione dipinti Daniele Ranzoni
Le quotazioni del pittore Daniele Ranzoni vanno in media dai 2.000 euro ai 4.000 euro per gli acquarelli molto finiti invece gli oli sono quotate dai 7.000 euro per le cose minori ai 20.000 euro per le opere rare.I capolavori superano a volte i 50.000 euro.
I suoi quadri raffigurano temi storici, religiosi, paesaggi e ritratti.
Il mercato di interesse è lombardo.
Una valutazione è condizionata dalla conservazione, dalla qualità, dal periodo, dalla dimensione dell’opera e da altri fattori per cui si prega di contattare la Galleria Berardi per ricevere una stima corretta.
Dati biografici sull'artista
Questa esposizione di alcune opere di Daniele Ranzoni vuol avere un netto carattere dimostrativo.
Cosi impreveduta è la storia del nostro secondo Ottocento - per la stessa coltura italiana - che pittori fondamentali come questo Daniele Ranzoni possono ancora essere esposti con commovente sorpresa.
Artisti degni d'essere in prima linea nella storia dell'arte moderna europea, son tuttora ignorati dai musei e dalle aste del nostro stesso paese: e questo è uno. Se, dopo la prima mostra che nel 1889 gli dedicava con fervida amicizia Vittore Grubicy, qualche altro più recente richiamo provinciale, a Intra, a Milano, ha condotto Ardengo Soffici a salvare questo «artista sacrificato», assieme con Segantini e Rosso, e ha fatto anche di Carrà uno de' suoi difensori, evidentemente basta che ora questi quadri siano mostrati a un pubblico internazionale perché la loro schietta franchezza e fremente sensibilità immediatamente persuadano chi sa intendere l'arte con libertà di giudizio, senza bisogno di tradizionali convalidazioni.
Nato nel 1843 da povera gente a Intra, sul Lago Maggiore, la città non lo turba nè con la ricchezza nè con l'autorità.
A vent'anni, nell'Accademia di Brera a Milano, mentre Cremona nato nel 1831 stava ancora a fare i conti, tra il Marco Polo e il Falconiere, con l'esattezza dei costumi storici e i gesti del melodramma, Ranzoni non s'avvede d'alcun palcoscenico e smentisce l'obbligato titolo storico della sua Beatrice Cenci in una giovinetta vista di schiena, colta in un brivido di vita, e in una pittura ch'è tutta un'acerba e originale indagine di divisioni cromatiche.
immediatamente Ranzoni trasporta il suo interesse dal gesto all'accento, dalla dottrina all'emozione.
Ricettari di scuola, paradigmi classici o romantici non gli servono.
La sua pittura gli diventa subito un esame di coscienza, e per quindici anni voi lo vedete nella più aspra volontà dei controlli, nella più tesa conquista di quel centrale problema di forma, colore che subito l'appassiona.
Non dipinge neppure un «quadro», ma solo ritratti, che non hanno clienti e non sono che studi d'esercitazione pittorica.
Nè classico nè romantico, non abbandonato a una struggente estatica luce nè irrigidito a misurar volumi, lo prende il paradossale problema di stringer in una le questioni di forma e colore che agli altri sembran non solo separate ma addirittura dissidenti.
In ogni suo quadro tenta una diversa via verso quell'unità fantastica.
Sopratutto dal '72 al '76 egli è in questa acuta ebbrezza de gli opposti.
Nell'impeto d'appassionati e sensuali desideri, intende alla più casta e meditata pittura, asciugando il pennello magrissimo mentre desidera le luci più colorite e ricche, volgendo i suoi vibrati puntinismi a funzioni plastiche.
Sembra voler distruggere la pittura descrittiva nel desiderio dell'ineffabile e nel mistero del sottinteso, lo sguardo, non l'occhio limpido; e pure distrugge l'approssimativo equivoco degli sfumati accademici raggiungendo i suoi saldi accenti plastici e te sue onde chiaroscurati attraverso osservazioni che sono analitiche.
Varia e instabile questa sua storia pittorica, come di chi non vive in una idea fissa nè in una formula brevettata, ritratti e paesaggi gli si affidano come nature morte e sempre vi si risolvono nell'unita fantastica di un caldo accento lirico.
Le opere sul 1880 sono d'una forza più unitaria.
Larghezza e vibrazione, freschezza e sontuosità, una tenera vivezza e una decisa gravità non s'inseguono più come estremi misteri della vita, ma collaborano a questa sua forma splendente.
Le opere seguenti sono poi come sotto liberate all'emozione del cuore, senza più neppure il compiacimento professionale del bene dipinto, nella sua ormai deserta vita.
Atroce, la sua vita.
Se qualcuno gli vuol bene o l'apprezza, tra l'ospitalità dei Principi Troubetzkoy nella lor villa sul Lago Maggiore, e poi a Londra, tra il 1876 e il 1878, nell'aristocratiche case d'amici dei Troubetzkoy, e la sua pittura è allora più nella gioia fervida e nell'incanto del colore, la vita poi sembra nell'assieme un'onda voltata a sommergerlo, non buona con lui.
Come un bambino, è incapace a vivere e sembra aver distrutto ogni sua energia pratica ed economica in questo pieno abbandono agli slanci lirici, assorto, anche tra un quadro e l'altro, nella purezza del suo incantato sogno.
Senza difese, senza neppur il desiderio di difendersi, lo prendon d'assalto, alle esposizioni, lo mettono alla berlina.
Neppur gli amici lo intendono se, confrontandolo col Cremona, ch'egli aveva pur salvato fuor dell'accademia, tutti lamentano che Ranzoni non faccia neppure un «quadro», così soltanto «specializzato», com'essi lo credono, nel ritratto.
Allora non credette più neppur lui alla sua pittura.
Si ritirò ad Intra, in un inerte silenzio, fuori della vita polemica e professionale; anzi così fuori da tutta la vita, povero pazzo melanconico come tutti lo giudicano, lui ch'è al di là pur della pena e dell'angoscia, che per un mese lo chiudono addirittura in manicomio.
Atroce abbandono nella miseria, di cui neppure egli si avvede, passando ancor via sereno e raccolto, come il puro innocente, l'invaso dal sogno, tra lo scherno o il fastidio della gente che si scosta.
La sua vita continua senza lacune nè scatti, ordinata e costruttiva, nella sua pittura, che non supera quotidianamente soltanto i motivi della vita ma gli stessi desideri della pittura di ieri nelle realtà della pittura di oggi.
E giunto ora davvero a «dipinger col fiato», com'egli aveva sempre definito il suo desiderio.
Quadri austeri, d'una calma e lenta gravità; e talora delizie di sogni fantastici, giovinette chiare, incantevoli fate; e qualche volta segni aperti di brividi lirici, senza dolcezze nè asprezze, d'istinto, quali sinora soltanto l'impressionismo francese vantava, brividi, non scatti nervosi.
La sua vita si chiude nel ritratto della Principessa di Saint Léger.
Giovinetta febbricitante, pallida sul nero, ritta com'improvvisa apparizione, non statuaria a mezzo del quadro come negli studi del primo periodo nè inclinata nella diagonale, la linea della vita, che gli è consueta nei quadri più maturi, ma ritta e spostata, ferma e vivente, raccoglie tutta la sapienza costruttiva e il vibrante splendore dei primi periodi e la riservata castità dell'ultimo raccoglimento.
Nella bocca socchiusa a un respiro caldo e tagliente di febbre, non più serrata come ne' primi ritratti nè aperta e parlante come ne' secondi, e negli occhi non più spalancati e fissi ma piegati, come tutta la persona lievemente di sbieco, a sentire il proprio sfondo, esprime tutta l'appassionata coscienza del pittore.
Ci si sente quasi il grido morboso e allucinato del cuore nel resistere della coscienza tenace.
Questa sua ultima raffinatezza di tono non si misura su Whistler, come non si misuravano su Renoir certe sue fragranti freschezze nè su Mancini certe sue splendenti ebbrezze.
Indubbiamente nella storia della pittura, è saldo ai confronti; e se, nel suo candore provinciale, ignora gli stranieri, e se da lui Cremona dichiara davanti al ritratto serrato e dolce di Donna Maria Greppi, d'aver avuti aperti gli occhi e tutto l'impressionismo plastico lombardo da lui s'avvia alle sue libere esperienze, Daniele Ranzoni è poi al di là della pittura e fuor dei confronti, in quel suo brivido lirico.
RAFFAELLO GIOLLI
Tratto da: Le Biennali di Venezia - XV - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia

