Uberto Dell'Orto (Milano 1848 - Città 1895)

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uberto dell'orto

Uberto Dell'Orto

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Nella Milano neoromantica visse e tenne studio e passò, quasi ignorato dal grande pubblico: di animo estremamente mite e dolcissimo aveva un atteggiamento sempre un po' timido, scontroso e assente come se la nostalgia delle montagne e dei laghi velasse il suo spirito.

La sprezzante semplicità dell'abito, l'aggrottare frequente delle sopracciglia per la miopia, la barba biondiccia e la capigliatura un po' arruffate davano un'apparenza di sdegnosità a quella sua innata malinconia.

Parlava poco di se e della propria arte, evitava la compagnia dei critici e dei giornalisti, le tentazioni della vita cittadina.

Si chiudeva per giornate e giornate nello studio appartandosi in una specie di esilio: si coricava la sera avendo il pensiero fisso ai quadri, alle mestiche, alle vernici, ai colori e si ridestava il mattino sotto l'assillo dello stesso tormento, Talvolta si partiva dallo studio come infuriato, senza ben allacciarsi la cravatta o la giacca o senza aggiustarsi in capo il feltro e piombava da Emilio Gola, da Pompeo Mariani per fare confronti, per intavolare discussioni, per chiedere consigli.

La sua probità artistica si manifesta in questo desiderio di perfezione, nel costante senso di autocritica che vigilava i suoi entusiasmi e tormentava la sua ispirazione.

Suo scopo non era acquistar fama ed onori o lucrar con la vendita delle opere; ma dipingere, comunicare la propria emozione con le virtù semplici dell'arte. Alla stanchezza della vita cittadina, agli acciacchi della salute malferma opponeva un'ostinazione nervosa a sostegno di una ribellione volontaria; facendo, operando, appassionandosi al fare e all'operare, ricercando la strada di una perfezione sempre più vicina e sempre inarrivabile.

Per le proprie opere aveva un attaccamento tenacissimo: se ne separava sempre a malincuore.

Di alcuni ritratti che gli costarono più aspra fatica eseguì una copia che conservò nello studio: quando i suoi quadri esposti nelle pubbliche mostre erano venduti, egli pregava amici e conoscenti che glieli ricomperassero per suo conto.

Quelle creazioni d'arte rappresentavano e realizzavano gli stadi del suo tormento e della sua gioia ideali: nella sua vita declinante che si ombrava di presentimenti, mantenevano una loro giovinezza immateriale custodivano i segni del presente e del passato e li serbavano per l'avvenire con un brivido di eternità.

Non avevano ragione di essere, isolatamente; ma nell'insieme, come particolari di un opera più vasta, come punti di partenza e di arrivo di quel suo studiare scrupoloso e continuo sempre in evoluzione, come testimonianza di un progresso guadagnato e raggiunto con faticosa abnegazione.

Amore verso la propria arte originato non da immodesto orgoglio: non da insincerità.

Dipinse paesaggi e figure, qualche affresco, e incise all'acquaforte.

Paesaggi di alta montagna, vedute dei laghi, della campagna brianzola, della primavera lombarda: qualche impressione riportò dal suo viaggio in Africa e dal suo soggiorno a Capri o nella Riviera ligure.

Accanto a Mancini, a Carcano, a Mosè. Bianchi, a Filippini, a Gignous ha il merito di aver affrontato con pochi altri e nuovamente lo studio del vero e di aver realizzato in Italia, fra i primi quella pittura all'aria aperta che fu anche una gloria dell'impressionismo francese.

Rappresentò la scuola del paesaggio lombardo prima che Segantini iniziasse la sua gloriosa dittatura di effimero riformatore e la mantenesse inesorabile per un ventennio.

Alla memorabile Esposizione Internazionale d'arte della città di Venezia dei 1895 il paesaggio italiano era rappresentato significativamente da Ciardi, Delleani, Giuliano, Fattori, Fragiacomo, Gioli, Gola, Marius Pictor, Pelizza, Segantini: Uberto Dell'Orto vi esponeva il grande quadro Artiglieria da montagna ora alla Galleria d'arte moderna del Castello Sforzesco.

Nei ritratti più interessanti e più solidi si accosta alla maniera affascinante del Ranzoni e del Cremona: lo scrupolo di rendere tutto il vero e soltanto il vero è trascurato per ricercare e rendere l'espressione più intima e più spirituale del modello; il volto senza ridursi ad una maschera è principalmente un'espressione un giuoco istantaneo e fuggevolissimo della fisonomia, una sintesi della vita realizzata con la massima economia del segno in una vibrazione e in un accordo di colori.

Nato a Milano il 16 gennaio 1848 e morto il 27 novembre 1895, Uberto Dell'Orto aveva studiato alla scuola di G. B. Lelli e di Eleuterio Pagliano.

RAFFAELE CALZINI.

Tratto da: Le Biennali di Venezia - XIII - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia

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