Costa Giovanni (Roma 1826 - Marina di Pisa 1903)
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Costa Giovanni
Appartenne a una di quelle antiche famiglie romane che avevano costituito una aristocrazia delle industrie e che mantenevano vivo il sentimento dell'arte nelle imprese di cui erano l'anima.
Nato in un suo palazzo del Trastevere nel 1826, era stato fin dai primi anni allievo di quel barone Camuccini che rappresentava alla corte di Leone XII e di Gregorio XVI la più alta tradizione dell'arte romana.
Ma il maestro ebbe poca influenza sul discepolo ribelle, tanto più che l'alba del 1848 apportava una nuova luce nell'animo dei giovani di buona volontà.
E il Costa fu tra i primissimi a rispondere all'appello d'Italia: arruolatore e volontario nella Legione Romana, ritornò coi superstiti dell'inutile spedizione nel Veneto, fu presente ai moti romani che determinarono la fuga di Pio IX e - assediata la Repubblica dalle truppe francesi - combattè a San Pancrazio e al Vascello, coi legionari Garibaldini.
Terminata la guerra, tornò all'arte e si chiuse nelle solitudini laziali dell'Ariccia dove ricominciò la sua educazione estetica studiando il vero ed unendosi a un piccolo gruppo di artisti stranieri fra i quali primeggiava Federico Leighton.
Giovanni Costa divenne fino ad allora amicissimo del futuro presidente dell'accademia Reale, e questa loro amicizia durò fino a che la morte non ebbe separato i due fratelli d'arte.
Risultato di quelli studii e di quelle ricerche fu il quadro delle Donna sulla spiaggia di Porto d'Anzio, che esponiamo nella mostra odierna e che fu eseguito intorno al 1852.
Il Costa stava ancora lavorando intorno a questa sua tela e ad altre fra le quali quel Ponte Aricino che fu esposto nella prima esposizione Veneziana del 1895, quando scoppiò la guerra con l'Austria.
Immediatamente egli abbandonò la quiete della campagna romana per correre a Torino dove si arruolò nel reggimento dei cavalleggeri Aosta e seguì la campagna dell'indipendenza come volontario nell'esercito piemontese.
Firmata la pace di Villafranca, ed essendo ormai sospetto al governo Pontificio si stabilì a Firenze.
Quivi trovò i giovani pittori fiorentini ancora schiavi delle formule accademiche e desiderosi di liberazione.
Il suo quadro delle Donne sulla spiaggia di Porto d'Anzio apparve come una rivelazione ed esercitò una influenza salutare sul gruppo che fu detto dei macchiaiuoli.
Questo soggiorno fiorentino durò fino al 1862: durante questi tre anni Giovanni Costa lavorò molto e fra i quadri prodotti allora mi piace ricordare quella Sera alle Cascine che fu esposta qui a Venezia nel 1899.
Da Firenze passò a Parigi dove si legò d'amicizia col Corot, con Herbert e con gli artisti del 30.
Fu anzi col Corot che cominciò, nella foresta di Fontainebleau la grande figura di donna che esponiamo quest'anno.
Si può dire che questo quadro fu il sogno costante della sua vita, tanto che vi lavorò a varie riprese e pochi giorni ancora prima di partire per la sua villa di Bocca d'Arno, lo mostrava agli amici e accennava loro le ultime modificazioni che intendeva apportarvi.
Tornato a Roma verso il 1865, ricominciò i suoi studi nella campagna Romana e le sue cospirazioni nello studio di Via Margutta, studio storico, ormai, dove a volta a volta furono il Manzini, il Cucchi i fratelli Cairoli, e tutti i grandi cospiratori di quel periodo.
Si può dire anzi che di là uscì il disegno del piano insurrezionale dei monti Parioli.
Intanto egli era tornato all'Ariccia, e fu in uno di questi affannosi e fecondi viaggi che, l'illustre suo amico, il pittore inglese Richmond, compì il ritratto che fa parte della breve mostra costiana.
Questo ritratto fu eseguito pochi giorni prima il fatto di Villa Glori: fallita l'insurrezione romana, il Costa si trovò solo a Porta del Popolo per aprire la cinta della città all'eroico gruppo Garibaldino.
Abbandonato dal comitato, cercato attivamente dalla polizia, traversò la campagna laziale, sconfinò a Correse e raggiunse lo stato maggiore di Garibaldi a Mentana, dove combattè eroicamente per la liberazione di Roma.
E da Mentana tornò a Firenze, per unirsi tre anni dopo alle truppe del generale Cadorna ed entrare alla testa di esse dalla breccia di Porta Pia, l'alba del 20 settembre 1870.
Da allora si diede strenuamente all'arte, organizzò società, fondò scuole ed esposizioni.
Per lui italiano d'animo e di cuore l'arte appariva come un apostolato e si deve alla sua costanza, alla sua energia e alla sua volontà se verso il 1885 fu costituita quella società detta poi In arte libertas che segnò veramente il primo passo della rinascenza della scuola romana.
Si può dire anzi che i migliori pittori di questa scuola furono parte importante dell'eletto cenacolo: da Onorato Carlandi ad Aristide Sartorio, dal Coleman al Morani, da Alfredo Ricci, morto troppo giovane, a Giuseppe Cellini.
In una lettera, scritta all'aprirsi dell'esposizione romana del 1885, egli scriveva queste parole: «Amore, arte e libertà: tale è il sunto del programma per i giovani artisti.
L'amore annobilisce il sentimento e lo purifica; il lavoro lo sviluppa; la libertà gli aggiunge dignità e responsabilità.
La nostra patria italiana è bella e degna d'invidia, la nostra razza è nobile e scelta: amiamola così come è, dipingiamola come la vediamo e faremo opera d'arte.
Io vorrei che i giovani fossero artisti se si sentono abbastanza forti per non fare altra cosa al mondo fuori dell'arte, io vorrei che studiassero la natura e le antiche tradizioni degli antichi maestri delle epoche vitali.
Io vorrei che fossero al tempo stesso modesti e fieri del loro amore».
In queste nobili parole è veramente racchiuso tutto il programma estetico dell'illustre pittore che si spense serenamente circondato dall'amore dei figli e dalla riverenza dei discepoli in un triste giorno dello scorso inverno.
Tutto il programma estetico e anche il suo ideale di vita: già che se egli fu un artista eletto fu anche un nobile e puro di spirito, la cui memoria rimarrà incorrotta fra tutti coloro che lo amarono come amico e lo venerarono come maestro.
Diego Angeli

