Giacinto Gigante (Napoli 1806 - 1876)

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Giacinto Gigante

Dati biografici sull'artista

Giacinto Gigante - i suoi amici, i suoi compagni lo chiamavano Don Giacinto senz'altro - fu proprio di coloro dei quali rimangono stampate nella memoria la fisica e la morale fisonomia, caratteristiche e particolari.

All'assaporamento dell'occhio di chi lo contemplava egli offriva una massiccia figura burbera, insaccata in un soprabito color nocciola, dalle tasche ampie e profonde: un enorme cappello a staio, che in estate era di pelo bianco, delle scarpacce contadinesche, un naso monumentale, delle mani grasse, rosee, levigate, come quelle di un canonico.

Era nato in Napoli da Gaetano Gigante, che fu un mediocre pittore, scolaro di quel Giacinto Diana di cui si vedono mirabili freschi e tele in parecchie delle nostre chiese e specie in quella della Pietà dei Turchini.

La famiglia di Gaetano Gigante era numerosa: egli l'aiutava col ricavato delle sue pitture, che non erano belle ma che pur trovavano compratori.

Achille, Ercole, Giacinto, Emilia Gigante, figliuoli di Gaetano, si dettero all'arte anch'essi.

Morti tutti in anni giovanissimi e rimasto solo Giacinto, il pittore Achille Vianelli lo prese a proteggere e lo accompagnò allo studio dell'Huber. Dall'Huber il Gigante impara a dipingere all'olio e ad acquerello.

Poi, venuto a Napoli, il Pitloo, si accostò con altri artisti a questo maestro ed amico, apprese da lui tutte le sottigliezze dell'arte e fini perfino per superarlo.

I suoi primi guadagni gli vennero da un signore svizzero che gli commetteva assai spesso degli acquerelli di paese, poi da una collezione di vedute di Napoli che collocò assai bene.

Ferdinando II di Borbone lo scelse a maestro dei suoi figli, Francesco II lo nominò pittore di Corte.

Ricco, onorato, tranquillo, morì in una sua villetta alla Salute nel dicembre del 1886.

Giacinto Gigante è il rappresentante più autentico, più personale, più completo, della famosa Scuola di Posillipo.

Di sua natura permaloso e geloso, come si avvide che all'arte ch'egli faceva e al suo sistema di pittura si poteva rivolgere la vogliosa attenzione di possibili imitatori, cercò d'isolarsi come più gli riuscisse e di nascondere agli uggiosi emuli non pur la chimica della sua tavolozza ma quei luoghi medesimi dai quali ogni giorno andava cavando le sue mirabili impressioni.

Spesso, accompagnato dai suoi scolari, egli si recava a dipingere in campagna e sceglieva il posto e la scena.

Gli scolari piantavano i cavalletti, preparavano le tele, cominciavano a lavorare assieme al maestro e a un tratto non se lo ritrovavano più accanto.

Egli s'era allontanato da quella turba di giovanotti, aveva voltato loro le spalle e, pigliando di mira un lontano e diverso soggetto, s'era tranquillamente posto a ritrarlo.

Aveva quasi inventato un sistema di pittura ch'egli chiamava a mezza-tempera e se ne giovò per cose veramente mirabili.

Una esecuzione febbrile, una mano che obbediva alla più ricercata volontà dello sguardo, un lasciar palesi nell'impasto delle tinte prodigiose i più minuti dettagli, una colorazione sana, vergine di qualunque falsità, una sapiente conquista di effetti e di luci, ecco in breve quel che a uno sguardo assaporatore presentava Giacinto Gigante coi suoi interni di chiese, coi suoi brani di paese, con le sue limpide ed ariose vedute.

S. DI GIACOMO

Tratto da: Le Biennali di Venezia - XV - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia