Camillo Innocenti (Roma 1871 - 1961)
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Camillo Innocenti
Dati biografici sull'artista
Verso il 1885 Ludovico Seitz dipingeva in Vaticano le volte e le lunette della Galleria dei Candelabri al Muse Pio Clemente, e per la figura del paggio nell'affresco delle Scuole Cattoliche faceva posare il figlio d'un suo amico architetto.
Era questo giovanetto innamoratissimo della pittura e, anche quando la figura del paggio fu finita, ottenne di poter restare li accanto al maestro a vederlo lavorare, ad ammirare quei cartoni perfetti, quelle equilibrate composizioni e quel sicuro pennelleggiare e a sottoporgli i diligenti disegni che intanto egli veniva facendo dalle statue classiche disposte in fila proprio li sotto alle impalcature.
Chi allora fosse andato a dire a Ludovico Seitz che quel suo discepolo romano così attento e obbediente sarebbe un giorno diventato un impressionista e raffinatissimo e avrebbe un giorno dichiarato per l'amor di Manet «il personaggio principale d'un quadro dover essere la luce», e avrebbe faticato degli anni proprio a dimenticare tutte le antiche e savie norme di disegno e di chiaroscuro inculcategli da lui con metodo fermo e tedesco, e avrebbe con la pittura cercato soltanto di rendere l'atmosfera e la luce ambiente e d'armonizzare i riflessi e le rifrazioni intorno a un punto più luminoso o più cupo, sarebbe stato accolto male e forse scacciato come un reprobo de quel luogo sacro a tutte le tradizioni, all'apoteosi di San Tommaso d'Aquino su negli affreschi della volta, alle copie classiche di Prassitele o di Policleto giù nel Museo......
Eppure Ludovico Seitz ha vissuto tanto da poter vedere il pieno trionfo della terribile eresia del suo irrequieto discepolo.
Soltanto s'è per anni divertito a provargli che quella rivoluzione l'avevano prima di tutti compiuta i più puri maestri antichi e per vedere come si renda unità di luce un «ambiente» e come si dipinga con delicato senso dei «valori», una figura in ombra un fondo in luce, era più semplice ammirare nella Cappella di Nicolò Quinto li in Vaticano o a San Marco di Firenze gli affreschi dell'Angelico, che andar fino a Parigi a studiare i quadri d'Albert Besnard.
E Ludovico Seitz aveva ragione, quando parlava.....
Questa costante amicizia del vecchio ed illustre e convinto pittore papale per Camillo Innocenti definisce bene i contrasti e le incertezze fra cui s'è svolta la sua carriera artistica.
L'Innocenti è nato a Roma nel 1871.
Figlio d'un architetto agiato e laborioso, dovette per volere del padre finire prima tutti i suoi studi «classici» così che fino a diciassette o a diciotto anni non potè dare all'arte che le sue vacanze.
Qualche anno dopo ottenne finalmente il pensionato col voto unanime della Giunta superiore, su proposta di Domenico Morelli.
Riuscirono vincitori con lui, per la scultura il Forchino, per l'architettura il Bazzani.
Ma i suoi anni di pensionato furono - egli stesso lo confessa - anni di schiavitù.
Allora quell'istituto era diretto dal pittore Francesco Jacovacci: un male dei pittori, un bene per gli scultori perché il direttore di questi non si occupava.
Ma l'Innocenti lottava per escare di schiavitù, e per prima si volse al Michetti e poi al Mancini.
Infine partì per la Spagna a studiare Velasquez e a trarne copie mirabili e anche a dipingere all'acquarello costumi variopinti e paesi assolati.
Quegli acquarelli gli alleggerirono la mano e gli schiarirono la tecnica: ma ancora la personalità del pittore dormiva sotto le formule altrui.
La vera liberazione cominciò quando egli andò in Abruzzo, a Scanno.
La trasparenza di quell'atmosfera montanina che gli permetteva di discernere e di studiare ogni finezza d'ombra e di luce anche nelle case e negli alberi delle colline lontane, le «macchie» vivaci di quelle alte cuffie femminili intrecciate di verde, d'azzurro, di viola sui rosei volti a contrasto con le camicette bianche e con le vesti nere gravi ed opache, gli fecero finalmente e chiaramente vedere che il buon pittore impressionista deve dimenticare tutte le idee scolastiche ed acquisite di linea e di volume per rendere e distanze e prospettiva e volume solo con lo studio sui «lavori» d'intensità dei colori.
Certo nemmeno allora l'Innocenti potè dirsi un puro impressionista nel senso francese perché egli nemmeno allora volle ridursi a dipingere solo coi colori puri dello spettro solare: aveva negli ultimi anni avuto anch'egli la sua breve crisi di divisionismo ma se n'era ritratto in tempo perché aveva subito sentito che anche quell'arida regola era una nuova accademia e una nuova servitù.
Il grande successo di tutta la serie dei Costumi di Scanno a Venezia nel 1905 e a Milano nel 1906 e a Roma gli mostrò ch'egli era finalmente sulla buona via.
E appena tornato a Roma nella tranquillità del suo studio bianco, egli cominciò a dipingere in una gamma più quieta i suoi delicatissimi «interni», scene d'una soave intimità femminile, armonie di bianco e di grigio e di avorio e d'azzurro.
A Venezia nel 1907 apparvero questi quadri, furono venduti tutti, lodati tutti, e, dopo pochi mesi, imitati da molti.
In questi due anni il progresso dell'Innocenti è stato continuo.
Nei quadri all'aria aperta la fusione dei colori nella luce ambiente è arrivata ad una sapienza d'orchestrazione e a una semplicità d'esecuzione magistrali; in quelli d'interno la sua tecnica appare anche più meditata e la sobrietà con cui egli vela di colore la prima costruzione delle forme in bruno e intona tutta la scena sopra un solo punto chiaro o scuro come un accompagnamento intorno a un canto, rammenta davvero la sobrietà di quei primitivi che il suo maestro gli proponeva ad esempio negli anni lontani.
Ma, per giungervi, Camillo Innocenti nato a Roma, discepolo di Ludovico Seitz, pensionato governativo, ha dovuto lavorare più di quindici anni a dimenticare tutto quello che aveva imparato.....
Dei giovani venuti in fama dopo il 1895 cioè dopo la prima Mostra veneziana, egli è il primo cui l'esposizione abbia concesso l'onore d'una «mostra personale».
Camillo Innocenti sa il peso e il pregio di questo onore.
Egli suol dire: - Ho avuto una sola disgrazia e una sola fortuna nella mia vita: il pensionato governativo e le esposizioni di Venezia...
Ugo Ojetti (dalla mostra monografica tenutasi alla Biennale di Venezia del 1909)

