Serafino Macchiati (Camerino 1861 - Parigi 1916)
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Serafino Macchiati
Valutazione dipinti Serafino Macchiati
Le quotazioni dei quadri di Serafino Macchiati vanno in media dai 1.000 euro ai 5.000 euro con qualche eccezione oltre i 15.000 euro per gli oli divisionisti di grande qualità. Nel 2009 infatti un dipinto raffigurante Paul Verlaine ha raggiunto i 22.000 euro.
Il mercato di interesse è nazionale ma potrebbe essere pure parigino.
Una valutazione è condizionata dalla conservazione, dalla qualità, dal periodo, dalla dimensione dell’opera e da altri fattori per cui si prega di contattare la Galleria Berardi per ricevere una stima corretta.
Dati biografici sull'artista
Serafino Macchiati, che fu a buon diritto considerato durante quindici e più anni, come uno dei rappresentanti più degni e più simpatici della brillante colonia artistica italiana in Francia, cessava di vivere nella mattina del 12 dicembre 1916 a Parigi, in seguito a rapido e violento morbo, in età matura si, ma non certo tale da non poter fare sperare da lui ancora una lunga serie di opere, non meno delicate eleganti e gustose di quelle a cui doveva la sua fama all'estero d'illustratore e di pittore.
L'indifferenza, fra disdegnosa ed indolente, dei nostri editori e dei nostri direttori di giornali illustrati, lo aveva infatti obbligato a cercare fuori d'Italia il successo, che il suo non comune talento figurativo e il suo squisito e sicuro buon gusto meritava, e insieme una condegna rimunerazione della sua scrupolosa e instancabile laboriosità.
Eppure verso la patria, che per lui, finche egli fu in vita, si addimostrò ognora matrigna, serbò una profonda tenerezza.
Ma egli era semplice, era indulgente e di una rara e schietta modestia, la quale, pochi anni prima che morisse e mentre gli editori parigini se lo disputavano, gli faceva scrivere ad un amico: "L'unico elogio che io sento di meritare, perché conforme al vero, è di avere sempre lavorato con grande amore e grande onestà".
Nato nel 1860 a Camerino, ne partì, quando aveva soltanto pochi mesi, per non ritornarvi mai più.
Fanciullo e poi giovinetto, seguì la famiglia nelle continue peregrinazioni dall'una all'altra delle piccole città della Romagna, dell'Emilia e del Napoletano, a cui l'obbligava la professione del padre.
Giunse finalmente a Roma, dove invece rimase per ben diciotto anni, dove la sua intelligenza si dischiuse un po' alla volta all'arte e dove si svolse la prima parte, così poco fortunata, della sua carriera di disegnatore e di pittore.
Al pubblico si presentò assai umilmente, a sedici anni, con bozzetti di cartellini policromi per bottiglie di liquori, graziosamente decorati di fiori e di foglie, eppure fu con essi che ottenne in Italia il suo maggior successo, come egli medesimo confessava, non senza una lieve ombra di melanconica ironia, negli anni di prosperità parigina.
Questi primi lavoretti di arte decorativa tanto modesta gli procurarono inoltre i mezzi per portare a compimento una piccola scena di monache, dipinta ad olio, la quale, esposta nel 1879 alla Promotrice di Bologna, gli accaparrò le simpatie di un professore della felsinea accademia di belle arti, Luigi Busi, che ottenne che fosse ammesso nella classe del nudo.
Carattere non solo indipendente, ma insofferente di freni e di guida, il Macchiati non si attardò molto nella compassata e rigida monotonia dei corsi ufficiali di pittura e serbò sempre in appresso, secondo le sue proprie parole, un senso di nausea triste per qualsiasi insegnamento accademico dell'arte.
A Roma in quei tempi trionfava la mercantile pittura spagnoleggiante dei falsi pezzenti e dei teatrali moschettieri e Serafino Macchiati, non sapendo e non volendo piegarsi ad accarezzare il cattivo gusto del pubblico, si rassegnò a fare dell'illustrazione.
Ho detto si rassegnò perché anche a lui sembrava di scendere di uno o forse più gradini nella gerarchia affatto ipotetica dell'arte col disegnare vignette piuttosto che dipingere quadri.
Sono persuaso che in seguito egli cambiò opinione e si convinse che, specie nell'epoca nostra, in cui ogni anno creansi a migliaia e migliaia statue e quadri, i quali troppo spesso ad altro non servono che a fastidiosamente ingombrare le sale delle periodiche mostre d'arte e che non si sa dove vadano a finire, un volume illustrato con garbo e con senso d'arte non valga di sicuro meno di un buon quadro.
Laddove la caratteristica personalità del Macchiati incominciò a rivelarsi nella grazia attraente della sua virtuosità di abile rievocatore, mercè gli accordi del bianco col nero, delle scene e delle figure della movimentata vita delle città moderne ed apparvero di già le doti di disinvolto illustratore, che col trascorrere degli anni, diventar dovevano di qualità sempre più squisitamente eleganti, è in varii dei cinquanta e più disegni che, durante un biennio, egli dette alla mensile Tribuna illustrata di Roma.
Furono essi che indussero il notissimo Alphonse Lemerre a chiamare il disegnatore marchigiano a Parigi per affidargli l'illustrazione di alcuni romanzi editi da lui.
Macchiati vi si recò nel 1898, incoraggiato ed economicamente aiutato da Vittore Grubicy de Dragon, nobile e generoso artista che fu per lui un amico affettuoso e un protettore zelante e a cui egli conservò sempre la più viva riconoscenza.
Il successo crescente che ottenne a Parigi come vignettista lo persuase a stabilirvisi definitivamente e, dopo qualche anno, vi si sposò con l'amabile e intelligente signorina francese, la quale doveva essergli compagna tenera e premurosa e fare da madre ad un figliuolo di lui di primo letto, nato in Italia.
Fu così che egli, che poteva diventare un impareggiabile illustratore dei romanzi di Verga, Fogazzaro e D'Annunzio, diventò invece il ricercatissimo e acclamatissimo illustratore di quelli di Bourget, Prévost e Clarétie.
Due sono i pregi maggiori che presenta il Macchiati nelle graziosissime sue vignette, che rendono molto difficile il superarlo nel commentare figurativamente le storie drammatiche e sentimentali ideate dai novellatori che chieggono i loro soggetti e i loro personaggi all'agitata esistenza dei tempi nostri: la naturalezza delle pose, accoppiata all'efficacia espressiva dei volti, nelle figure messe in iscena e il sapere collocare queste figure nell'ambiente più adatto a determinarne il tipo e a far comprendere lo stato psicologico che attraversano, ambiente che viene evocato con estrema grazia di minuti particolari e, ogni volta che ne è il caso con non comune abilità prospettica, atta a dare, in uno spazio molto limitato, l'impressione di vastità di una piazza, del prolungarsi in lontananza di una strada o di un viale di giardino o dell'innalzarsi verso il cielo dei fastigi di un colossale edificio.
La leggiadria della cornice, suggerita da un intreccio di rami, dall'arco di una porta o dalle vetrate a metà dischiuse di una finestra o la distribuzione intorno ad una figura di alcuni minuti particolari, insignificanti per sè stessi, come una filza di scarpette o un ammonticchiamento di scatole di cappelli, che danno, sotto l'aspetto di testata o di finale, una speciale attrattiva ornamentale al principio o alla chiusa di un capitolo di romanzo, dimostrano poi che il Macchiati possedeva altresì, sapendosene giovare con magistrale perizia, quel senso della particolarissima decorazione libresca, che è una delle doti più preziose che possa trovarsi in un illustratore e che formano l'attrattiva maggiore dei deliziosi vignettisti francesi del decimottavo secolo.
Aggiungiamo subito che Serafino Macchiati serbò ognora una segreta tenerezza pei pennelli e pei colori e che a dipingere sulla tela, non a scopo mercantile ma unicamente per sua particolare soddisfazione, amava consacrare quasi tutte le ore di libertà che gli lasciava il lavoro febbrile e spesso faticoso del decoratore del libro.
La predilezione sua per la tavolozza non era del resto punto ingiustificata, giacchè gli permise di eseguire tutta una gustosissima serie di paesaggi di sempre giusta e spesso vibrata fattura squisitamente impressionistica, di cui ritroviamo con gioia viva degli occhi, la collezione quasi completa, se ne escludano fra gli altri due acquistati di recente dal Museo del Lussemburgo di Parigi e dalla Galleria d'arte moderna di Venezia, nell'attuale mostra della Galleria Pesaro.
Nell'età matura il Macchiati si provò più di una volta e con abbastanza buon risultato a trattare soggetti differenti dei suoi soliti, così come quando fornì all'Alinari di Firenze alcune illustrazioni per una nuova edizione di gran lusso della Divina Commedia e quando eseguì alcuni ritratti maschili e femminili di non comune efficacia espressiva, ma bisogna pure riconoscere che la sua valentia si attestò sopra tutto o quasi esclusivamente nel rievocare, come pittore, i freschi e leggiadri aspetti delle rive della Senna o di questo o quel cantuccio della campagna francese, e nel raffigurare come illustratore, le mondane eleganze di una metropoli moderna.
Il campo d'altronde, era abbastanza vasto per lo svolgimento, sia anche molteplice, dell'attività di un artista dei giorni nostri.
La frase famosa di Alfred de Musset: "Mon verre est petit, mais je bois dans mon verre" contiene un programma estetico oltremodo sagace, nella sua prudenza fatta insieme di modestia e di orgoglio, e può dichiararsi ben contento di sè colui che riesca, come seppe il Macchiati, ad esplicarlo nella propria produzione artistica.
VITTORIO PICA.
Tratto da: La Galleria Pesaro

