Guglielmo Ciardi (Venezia 1842 - 1917)
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Guglielmo Ciardi
Dati biografici sull'artista
Non è possibile pensare all'arte veneziana dell'ultimo mezzo secolo senza che il nome di Guglielmo Ciardi soccorra subito in mente
Ai vari atteggiamenti a' differenti aspetti, alle ripetute manifestazioni, alle soste, alle conquiste, alle glorie dell'arte delle lagune quel nome è associato indissolubilmente.
E tale indissolubilità proviene da un fatto molto semplice: che mentre vi sono artisti i quali conquistano notorietà soltanto od in modo speciale tra il popolo, come altri raccomandano la propria fama alle sole classi intellettuali, il Ciardi è ugualmente caro a tutti: agli umili che all'arte non chiedono se non un godimento vivo momentaneo, ed agli spiriti eletti i quali sanno penetrar dentro l'opera offerta a' loro sguardi.
Non vi è quadro si può dire, di Guglielmo Ciardi ove non sia qual cosa all'interno oltre che al di fuori, ove il colore morbido e nutrito non assuma all'esterno della tela aspetti assai piacevoli per armonia di tinte e per rapporto di toni, ed in pari tempo ove uno spirito d'osservatore sereno non pervada, non passi attraverso il tessuto della tela stessa.
Gli è che i suoi quadri offrono sempre assai più della riproduzione d'una distesa a acque o d'una campagna tutta verde: gli è che delle cose egli sa ricercare l'anima che le vivifica, che le fa muovere e le fa pensare e le fa parlare a' nostri sensi.
Chi davanti ad una laguna o ad un rio ciardiano non s'è sentito allargare i polmoni, non ha creduto di respirar più libero stimolato dall'odore caratteristico formato di salso, di pece, di alghe delle acque veneziane?
Chi non ha avuto l'illusione del caldo sole o del fremito delle spighe mature guardando Messidoro, e non ha allargato le narici per fiutare il buon profumo de' campi falciati guardando Raccolta di fieno?
Chi s'è sottratto ad un senso d'invidia percorrendo con l'occhio le asperità di Il civetta e di Alpi dolomitiche o di Val di Primiero pensando all'intenso godimento che il pittore faceva intravedere una volta conquistate le pure vette?
E la dolce poesia dell'intimità in Sera (Schilpario) allorché tenuti pennacchi azzurri s'innalzano dai camini degli sparsi casolari; l'irrequietudine nervosa a cui si soggiace osservando Temporale in laguna, come avviene in realtà nell'imminenza di una burrasca; e il sorriso che spiana il volto, e il senso di benessere che pare discenda giù giù a consolare davanti a Placido fiume, a Riposo, ad Ore serene, a Mattino azzurro, a Plenilunio, a dieci e dieci altre opere di questo meraviglioso evocatore di serenità, di poesia, di bellezza?
Quando si parla di un artista usasi dividere la sua produzione in tanti periodi ognuno dei quali dovrebbe corrispondere ad una maniera diversa, anche si vi sia invece la più salda unità e la continuità più invariabile.
Guglielmo Ciardi rappresenta un'eccezione: tutta l'arte sua appartiene infatti alla sola «maniera simpatica».
E' una maniera che, attraverso brevi periodi di sosta, di apparente stanchezza susseguiti da giovanili rinnovamenti , dura ormai oltre quarant'anni.
Perché Guglielmo Ciardi, il poeta delle lagune e dei campi, l'esaltatore di Venezia nelle sue glorie di cielo, di luce, di colori, di potenza di ricchezza antiche ormai oltrepassati i tredici lustri essendo nato nella città fascinatrice nel settembre 1842.
Come s'iniziò all'arte?
In modo semplicissimo.
Assolti gli studi classici entrò nell'Accademia veneziana per quell'inclinazione abbastanza naturale ne' giovani di far quadri anziché sudar dietro al piccioletto.
Ebbe a Maestro di pittura un dimenticato, il Prof. Bresolin, buon uomo ma vecchio d'anni e d'idee.
Il Ciardi apprese tutto ciò che il maestro sapeva; ma pur possedendo qualche abilità tecnica non sentivasi ancora artista.
La sua mente s'aperse più tardi, a Firenze, nel cenacolo del «Caffè Michelangelo» dove pontificava il Signorini, e in seguito a Roma, a Napoli vivendo in comunione di parole e di spirito con Giovanni Costa, col Palizzi, con altri ed altri, studiando i paesisti d'ogni età, sorprendendo i segreti di tavolozze gloriose, abituandosi a vedere, a pensare, ad ascoltar il misterioso linguaggio delle cose.
Viaggiò anche all'estero, in Francia, in Germania, ma per tornare indietro più innamorato di prima della sirena lagunare.
I suoi primi quadri degni di tal nome il Ciardi li espose a Firenze; e furono essi che fecero dire al Costa essere il giovane veneziano un innovatore.
Certo, se innovazione significa semplicità, sincerità, bellezza: una genialità di sintesi, molta forza coloristica, una grande intensità di espressione.
E tutte queste virtù sapientemente equilibrate Guglielmo Ciardi possiede ancora, a 67 anni.
L'equilibrio che è nell'arte sua è nella sua vita.
Sano, forte, sereno, egli lavora anche adesso con l'ardore del giovane, ogni giorno, senza tregue, senza bisogno di riposi perché la sua esistenza non conosce nè scoramenti nè tempeste.
Così il Maestro dipinse quadri per tutti.
Quanti?
Non lo sa neppur lui.
Ve ne sono in quasi ogni galleria pubblica e privata da Glasgow a Roma, da Francoforte a Trieste, da Londra a Palermo, da Barcellona a Berlino, e nelle reggie, e nelle ville de' buongustai.
Parecchi hanno per soggetto l'alta montagna, o le morbide rive del Sile, ma nella maggioranza riproducono qualche aspetto di Venezia o delle campagne più prossime alla città: un momento curioso di luce, un effetto fugace di nubi, un'ora si serenità lagunare, un canale pittoresco, una fondamenta soleggiata, un gruppo di barche pescherecce.
E' un inno in mille strofe che Guglielmo Ciardi canta cotidianamente alla sua città.
Il suo nome è popolare dovunque perché le sue tele figurarono in tutte le esposizioni nostrane e straniere; ma è specialmente in queste Internazionali ch'egli comparve sempre in certe opere poderose.
Per questa sua mostra collettiva il grande paesista lagunare chiese invano a prestito a governi ed a privati talune di quelle tele che più lontano condussero il suo nome.
In compenso egli può mostrarsi quale fu e quale è nei suoi momenti di comunione spirituale con la natura, come a dire un Ciardi intimo, in veste da camera.
Ecco infatti una notevole raccolta di studi diretti, taluni dei quali destinati a diventar più tardi dei quadri.
Egli li ama: pagine secrete e care della sua vita d'artista.
Ad essi non stima superiori se non due altre opere nate cresciute via via nel suo ampio studio: i suoi figliuoli Beppe ed Emma, nobilissimi artisti destinati a prolungar nel futuro le gioie dell'arte paterna.
Attilio Centelli
Tratto da: Le Biennali di Venezia - VIII - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia

