Francesco Hayez (Venezia 1791 - Milano 1882)

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Francesco Hayez

Dati biografici sull'artista

Nella memoria della nostra generazione vive con il fascino e col peso della sua popolarità.

Gli amanti romantici quali egli li immaginò nella visione morbida e appassionata del Bacio offrendoli all'entusiastica ammirazione de' suoi contemporanei furono l'espressione più tipica del suo temperamento e della sua arte.

Ma a certa critica demolitrice ventata sul finire del secolo di tutte le rivoluzioni, apparvero come il capo di accusa per fare di lui il primo dei pittori romantici e «logicamente» il peggiore dei pittori.

Hayez conosce, ama ed onora il Canova nel fulgore della sua gloria, dipinge i primi ritratti accanto al «pittore delle Grazie», l'Appiani; può ammirare e lodare nel declino della vita l'arte del Gemona morto prima di lui.

Il corso e il ricorso delle mode pittoriche gli permettono di contemplare quasi in malinconia funebre, il tramonto di se stesso e dei propri idoli artistici; ma la sicurezza del buono e severo lavoratore lo accompagna fino agli ultimi giorni di vita come un fantasma di giovinezza.

Certa freddezza ch'egli ha ereditato dai classici, certa dolcezza che ha attinto ai romantici o che i romantici hanno appreso da lui, lo caratterizzano anche più e meglio di altri suoi contemporanei maggiori.

Com'egli ha lo stile della sua epoca e appartiene con le virtù e i difetti alla sua epoca, è della sua epoca il più significativo; ma rimane di una gentilezza e di una soavità completamente italiane e si riallaccia ai veneziani ch'era venuto studiando e ammirando incoscientemente negli anni dell'infanzia e della adolescenza, doge Lodovico Manin.

La permanenza a Roma non muta troppo la sua personalità e non la disarmonizza e, pur essendosi formato nella parabola del classicismo trionfante egli ne rimane quasi immune ed è anzi più tardi in reazione contro di esso. L'anno di tutti i portenti, il 1821, lo trova a Milano centro del movimento romantico e facilmente l'abbaglia.

Stanco di veder dipinti o scolpiti miracoli di santi o torture di martiri, episodi biblici od evangelici, o combattimenti e simposii di Numi olimpici, il desiderio del pubblico è volto verso i fatti della storia (e piuttosto verso le notizie della cronaca e le invenzioni della leggenda) che soddisfino le inquiete aspirazioni del ridestato spirito nazionale, o in qualche modo, rispecchino la morbosa febbre di vita, la complicata fantasia, fiorite mentre s'inabissa in un vuoto di silenzio con l'ideale e con gli uomini, l'epopea napoleonica.

Il principio del diciannovesimo secolo fu, come la nostra epoca, appesantito e sconvolto dalle tragedie dell'umanità: in ogni uomo balenava il riflesso di una rivoluzione: negli animi si dibattevano contraddizioni politiche, crisi morali, religiose ed artistiche.

La vita di ogni giorno rispecchia le linee del dramma più grande: da Balzac a Daumier la commedia umana appare il soggetto più degno dell'osservazione e della ispirazione.

Ed ecco il giovane Hayez oscillare tra il vero della vita che lo circonda e il vero della fantasia cara al gusto de' suoi tempi.

Se la sua pittura quasi politica (quella che si iniziò con Vespri siciliani) e pseudo-tribunizia gareggia nella combinazione dei soggetti e nella ricerca degli effetti con l'artificio e con la sterilità dei melodrammi e subisce fatalmente la triste sorte e poverissima di un'arte creata piuttosto per suggerimento della moda che per emozione e convinzione personale; dove e quando egli si trova di fronte al semplice «modello» senza preoccupazioni di successo, il suo squisito senso pittorico e la sua virtuosità di disegnatore e di colorista, lo salvano.

Una certa grazia morbida e delicata e una istintiva sensualità fanno di lui un pittore della bellezza, un idealizzatore del vero.

Egli si definisce da se stesso con acuta introspezione quando ammonisce i giovani perché «si guardino tanto dal tenersi troppo ligi alle regole dell'arte come dall'imitazione materiale del vero».

Per questo nella pittura di ritratto egli rasenta alcune volte la perfezione e spesso la raggiunge.

Egli arriva dall'osservazione esteriore alla penetrazione del mondo spirituale.

Il rispetto del vero gli giova ad essere preciso e definito; la preoccupazione del bello lo induce ad idealizzare il ritratto.

Una certa grazia raffinata e la sensibilità, per la quale a quanto racconta un suo biografo egli pianse tante volte per amore, fanno di lui un attraente pittore della bellezza femminile.

Divenne facilmente nella Milano di Stendhal il ritrattista alla moda.

Dai ritratti dei settecentisti italiani, sorridenti di bonarietà ottimista di gaudenti e d'alterigia nobiliare vanitosissima, a quelli del primo Impero col loro stile classico, dove gli uomini corrucciati come ribelli o dignitosi come dittatori e le donne impennacchiate e ingioiellate sembrano proprio sfuggiti agli inni e agli artigli della rivoluzione, bisogna giungere ai nostri avi ritrattati dall'Hayez per ritrovare un'umanità espressa più vicina e più cara al nostro sentimento. Fortunato artista che vive e lavora in serenità, che ha la fiducia e non la vana gloria della propria abilità e in un secolo di tormentati spiriti e di erranti inquietudini serba un calmo equilibrio e una giovinezza sorridente.

Ciarliero tipo ed elegante di veneziano, in esilio in una città di turbinose passioni e di rivolgimenti civili e politici che sradicano ed abbattono le più forti tempre e le più tenaci anime, rimane incommovibile.

Dove la vita dei poeti e degli eroi gareggia nell'intreccio delle avventure con la fantasia dei romanzieri egli tesse le proprie giornate, calmissimo e sereno.

È un pittore ha tutte le abilità e le preoccupazioni del pittore.

Tormenti non lo assalgono, disincanti non lo deludono: il naturale ottimismo veneziano indulgente e filosofante accompagna la sua vita lunghissima e la sua gloria.

A un punto della vecchiezza può volgersi col pensiero, rivedersi in tutto il cammino, raffrontare la parabola della sua vita e della sua arte, contemplare l'opera di storico dell'immagine umana lungo quasi un secolo.

Lascia ai posteri accanto all'evocazione pittorica di un medioevo di maniera, il ritratto dei personaggi più interessanti di tutta una generazione: artisti, generali, statisti, imperatori, nobili dame, gentiluomini, cantatrici: un centinaio di figure ch'egli consegna all'immortalità per la virtù dell'arte, facendole tra loro parenti con un'idealizzazione sempre superiore e nobilissima.

Le sue figure femminili, negli occhi meditanti, nei volti un poco anemici, bruciati e appena sorridenti, sotto il casco delle nere chiome divise, racchiudono la bella passionalità impetuosa e disperata del secolo.

Le mani delicate di Selene Taccioli o delle Gabrini o della Principessa di S. Antimo hanno, se ben osservate, un loro aristocratico linguaggio e un loro stile appoggiate con una leggerezza vivente sulle stoffe degli abiti pomposi e sgargianti.

Dalla gola di Matilde Juva, che fece echeggiare di melodie belliniane i notturni azzurri del Lario, alla fredda spettralità pallida e dominatrice della Principessa Belgioioso «morta, secondo l'invettiva demussetiana, senz'aver vissuto» l'Hayez ha saputo riunire e fissare per sfumature le espressioni di un femminino tipico ed immortale.

Poi la accesa impetuosità del Conte Sola, il sarcastico riso del Rossini «musicista dell'avvenire» l'arguta maschera di Cavour, la giovanile impetuosità geniale di Pompeo Marchesi.

Alessandro Manzoni dolcemente ironico e meditante, il conte Nava fiero delle decorazioni austriache Antonio Rosmini dalla bocca amara e dalle profonde rughe di pensoso riformatore, tipici e diversissimi protagonisti della tragedia di un'epoca rivivono con la loro umanità visibile e con la loro espressione carnale, realizzate da una pittura che non è fine a se stessa.

RAFFAELE CALZINI

Tratto da: Le Biennali di Venezia - XIII - Esposizione Internazionale d'arte della Città di Venezia

 

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