Enrico Sacchetti (Roma 1877 - ?)

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enrico sacchetti pittore

Enrico Sacchetti

Dati biografici sull'artista

Questa è la prima compiuta mostra dei disegni di Enrico Sacchetti: compiuta per quanto lo permetta l’indifferenza di Enrico Sacchetti verso i suoi disegni appena li ha finiti, e verso il pubblico. Di queste mostre se ne sono tentate altre minori senza curarsi dell’aiuto di lui, e il pubblico sempre se l’è godute, disegno per disegno, felice di ritrovarsi davanti a un artista così limpido e tagliente, davanti, sopra tutto, a un artista così “al corrente” i cui disegni cioè commentano i fatti, i sentimenti, le mode del giorno, tutt’al più del giorno prima. Al confronto, questa mostra compiuta se davvero, come ha giurato Enrico Sacchetti, sarà raccolta da lui stesso, dovrà restare memorabile.

Ma in mezzo bisognerebbe che vi si esponesse vivo e in libertà, tra i suoi disegni, acquarelli e guazzi, Enrico Sacchetti; e che per miracolo egli parlasse alla folla dei visitatori come parla a noi suoi amici, uno per uno, perché se siamo più di due o tre, di quanto cioè occorre per rimbalzargli con qualche malizia di gioco le idee, egli già è un altro e tace più di quel che parli.

Questa esposizione davvero personale la vorrei per due ragioni.

E la prima è che nove su dieci dei più bei disegni di Enrico Sacchetti egli non li fa per noi pubblico, ma li fa per se, li fa per capire: e perciò sarebbe molto utile, a godere l’arte sua, udir da lui come proceda in questi suoi esercizi di psicologia, in questi suoi avventurosi e silenziosi scontri col suo prossimo nei quali scontri egli cerca, possibilmente all’insaputa, anzi contro la volontà del modello, di rubargli l’anima.

Capire. Il desiderio di capire è in lui più forte del desiderio di lavorare, di far dell’arte, d’acquistar fama, di guadagnarsi da vivere, di mangiare, di riposare, di vivere. l’intelligenza è per lui la facoltà suprema. Se cioè la solita fata gli promettesse che egli capirebbe di più se si liberasse del suo corpo, Sacchetti si libererebbe del suo corpo allegramente senza nemmeno avvertire un amico. Ora, attraverso gli anni e l’esperienza, egli s’è avveduto che l’arte è il miglior modo di capire il mondo esterno, che l’arte è insomma un fatto dell’intelligenza. «lo non capisco una cosa - egli dice - che quando l’ho disegnata. Guarda un cantante, guarda un attore. Un cantante capisce quel che canta solo quando lo canta. Un attore capisce la sua parte solo quando la recita. Cantare, recitare è il loro modo di capire».

Quando egli dice capire, egli intende prima di tutto capire gli uomini, cercar la chiave dell’uomo il quale dovrebbe essere la chiave dell’universo. Questo esercizio di guardare gli altri, di cercare al teatro, in tranvai, per via, «il tono d’un cervello, il colore d’un’anima», gli ha così affinato e acuito l’osservazione ch’egli sostiene di poter indovinare, dopo aver guardato un uomo per qualche minuto, un uomo qualunque che non si sa osservato, se quest’uomo è buono, cattivo, falso, sincero, avaro, generoso. Nè guardandolo prende un solo appunto con la matita. Tutta memoria. Fin da bambino Enrico Sacchetti s’è immaginato che un artista deve imparare «a far tutto», a disegnar tutto, a rappresentare rapidamente e chiaramente tutto, di ricordo, senza stare a sfogliare il vocabolario per cercar le parole, senza cioè stare a consultare il vero. «Il disegno - egli dice - è una scrittura che ho alla mano». E poiché il suo problema non è di deformare un naso o un occhio per far ridere, non è di deformare la verità e dire un’allegra bugia, ma è di rendere l’impressione che gli fa un uomo o meglio l’espressione morale di quell’uomo, per mezzo del suo volto, corpo, abiti, mani, gesti: quello che adesso dopo tanti anni d’esercizio gli si deposita spontaneamente nella memoria attraverso il filtro dell’attenzione e gli si semplifica, chiarifica, dispone in opera d’arte attraverso lo stile, quello di certo, se non è il ritratto fisico dell’uomo, ne è il ritratto morale: la sua confessione involontaria. Ed è un’opera meditamente compiuta. Si ricordi il «classico» precetto del Domenichino: «Voleva avvertire che non era linea degna di pittore quella che avanti della mano non era prima mossa dall’ingegno».

La seconda ragione per cui vorrei udire Sacchetti stesso spiegare a voce l’arte sua, è che nessuna presentazione d’amico potrà mai in­durre il distrattissimo pubblico, come potrebbe far lui con le sue botte e risposte di solitario seccatissimo dalla civiltà ambiente, a guardare un po’ a fondo questi disegni, a confrontarli fra loro, a non fermarsi sorridente e beato davanti all’aneddoto arguto, alla trovata mordace, alla piacevole illustrazione di cronaca: indurlo in­somma a cercare di ritrovare attraverso a questa opera frammentaria e occasionale la durevole e originale bellezza dell’artista e la sdegnosa bontà dell’uomo.

Per la folla, la caricatura, la satira, l’ironia, il sarcasmo sono ancora e sempre forme del­l’allegria. Invece, mentre l’allegria è una ver­nice che noi mettiamo sulla vita quotidiana per velarla e anche nasconderla, la satira, quando è degna di questo nome, quando cioè è maneggiata da osservatori e da artisti di questa statura, è la delusione garbata o violenta, il sipario che s’alza o il velo che si strappa per rivelare dietro l’uomo e la rosea carne lo scheletro che li sostiene, dietro l’ideale la bestia che del resto è opera anch’essa divina, dietro la pompa delle parole la meschinità, dietro la soddisfatta felicità e il fragoroso progresso la miseria immutabile.

Certo Enrico Sacchetti non è tragico perché è toscano. È nato a Roma quarantatré anni fa, ma da una famiglia toscanissima; a Firenze è tornato bambino; vi ha vissuto fino ai ventitré o ventiquattro anni; vi si è rifugiato appena la gran guerra nel 1914 l’ha risospinto da Parigi in Italia. Non è un tragico dunque, ma è pur sempre un antisociale e un ribelle, d’istinto. E se pian piano dalle prime caricature di teste coronate dalla politica o dalla gloria è venuto a pensieri e a composizioni più vaste ed è risalito ai tipi, anonimi e definitivi, di razze, di classi, di passioni; se cogli anni il gusto quasi della rappresaglia e della vendetta gli è passato ed egli s’è accontentato di « capire accompagnando le sue scoperte solo con un sorriso di scherno, è rimasto pur sempre uno spettatore implacabile, dall’altra parte, sull’altra riva: come dicevo, un solitario. l’esperienza, la convinzione che mali e vizii e illusioni degli uomini non sono d’oggi o di ieri ma di sempre, la lunga guerra, i fili bianchi che cominciano a luccicare nella sua chioma castana e nella sua barbetta alla Cristo l’hanno sì, rabbonito, hanno perfino fiorito di bimbi (il suo bimbo) molti suoi disegni di questi ultimi anni; ma voi lo sentite sempre, in ogni pagina, ostile, diffidente e demolitore.

Demolitore fin dove può esserlo un grande artista com’egli è. Perché l’artista più acre e più feroce è sempre col meglio dell’anima, cioè con l’arte sua, un costruttore, da Goya a Daumier, da Forain a Sacchetti.

Chi davanti ai suoi disegni non si ferma, dunque, al soggetto ma li considera così come oggi consideriamo appunto i disegni di Goya o di Daumier, solo nella loro bellezza, non curanti ormai dei soggetti che li hanno per caso suscitati, s’avvedrà che questo psicologo di tanto acume e immaginazione è insomma un artista della più pura e classica tradizione italiana, - per la deliberata volontà di concentrare l’attenzione senza distrazioni di colori, di sfondi, di paesaggi, sul pensiero e sul soggetto principale, - per la solidità a tutto tondo con cui le sue figure occupano monumentalmente il loro posto: solidità resa con uno stile virile e prepo­tente, visibile in ogni segno, senza abbandoni svenevoli e sensuali: stile che si afferma con una chiarezza semplice e squadrata, come di chi ha veramente pesato il suo soggetto prima di piantarlo e costruirlo, prima, direi, d’architettarlo con questi colpi larghi e netti sul bianco.

E anche fuori d’Italia si contano, sì e no, sulla punta d’una mano disegnatori capaci di essergli, senza loro danno, paragonati.

Ma questo s’ha da dire sottovoce prima di tutto perché si tratta d’un artista italiano e gli italiani che sono, per comodo ed abitudine, modesti, possono non crederlo, e poi perché Sacchetti preferisce che di lui non si parli ad alta voce. Tanto, verità come queste egli le sa benissimo da molti anni, e non gl’importa affatto che le sappiano gli altri.

UGO OJETTI

Tratto da: La Galleria Pesaro - Mostra individuale di Enrico SACCHETTI

 

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